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Ieri, alla vigilia dell’8 marzo, il Presidente Meloni ha presenziato alla cerimonia per il nuovo allestimento della Sala delle Donne a Montecitorio, dove ora c’è anche una sua foto in primo piano tra quelle delle «prime donne» che hanno ricoperto le massime cariche dello Stato. 

In questa galleria della Camera dedicata alle donne resta solo uno specchio, accanto la scritta «Nessuna donna finora ha ricoperto la carica di presidente della Repubblica. Potresti essere tu la prima». 

Il Presidente Meloni è apparsa sicura mentre si rivolgeva al presidente della Camera Lorenzo Fontana, che l’affiancava durante l’evento: «Oggi sostituiamo uno specchio con una foto. Ce n’è un altro che possiamo e dobbiamo rimuovere e penso che quel giorno non sia così lontano come pensiamo».

Partiamo da questa battuta del Presidente Meloni per formulare l’auspicio che ciò segni una decisa volontà di portare a termine la riforma presidenziale.  

Al riguardo, come è noto, l’avvio della legislatura è stata molto timida sul punto finora ed è stata connotata dal tentativo di individuare una soluzione che consentisse di allargare il perimetro politico della riforma, coinvolgendo le opposizioni. 

E difatti si è spesso parlato di Premierato in luogo del Presidenzialismo perché l’elezione diretta del Presidente del Consiglio incontrerebbe il consenso di alcune forze di opposizione e quindi potrebbe evitare il rischio del ricorso al referendum ex art. 138 Cost. in considerazioni dei precedenti sfavorevoli delle riforme del Governo Renzi nel 2016 e del Governo Berlusconi nel 2006.

Se è comprensibile, e condivisibile, la volontà di evitare una possibile débâcle referendaria, è anche vero che appare singolare che la maggioranza che ha ottenuto un’ampia vittoria elettorale inizi un percorso di riforme istituzionali rinunciando al proprio modello, oggetto del programma elettorale vittorioso, in favore di quello adottato dal programma della quarta forza elettorale: un vero non sense politico.

È giusto ricercare un consenso più ampio in materie di riforme istituzionali, ma nell’ambito del proprio modello, se non altro per mantenere fede alle promesse elettorali, questione che attiene all’etica pubblica di questa maggioranza e del suo Presidente.

Il paventato rischio una possibile débâcle referendaria è altrimenti evitabile, a nostro parere.

Intanto, va detto che è tutta da verificare la disponibilità delle opposizioni manifestata finora sull’ipotesi del Premierato, perché potrebbe essere un escamotage per condurre ad un binario morto le riforme.

Ciò premesso, riteniamo che per il buon esito di una riforma presidenziale un elemento fondamentale, ancorché sottovaluto, sia quello temporale. Sarebbe un errore ritenere che si ha a disposizione l’intero quinquennio della legislatura, perché il dato che ci fornisce la storia degli ultimi 30 anni è che a livello nazionale non si è mai avuto una riconferma elettorale della maggioranza uscente. A prescindere dalle cause di questo fenomeno, la cui regolarità e generalità fa comunque ritenere che esuli almeno in parte dalle manchevolezze politiche dell’azione di un governo, sembra evidente che arrivare a ridosso della fine della legislatura con un referendum sulle riforme aumenti le chance che esso divenga l’occasione per sfogare l’eventuale malcontento maturato, determinando la bocciatura della riforma, a prescindere dal suo merito.

Inoltre, non possiamo sapere in che condizioni saranno le opposizioni tra un paio di anni, mentre sappiamo che oggi sono divise e deboli. Occorre pertanto, usando una metafora calcistica, tentare di chiudere la partita ora che si è in vantaggio. È politicamente imprudente confidare che questa situazione di vantaggio permanga per l’intera legislatura, perché non è detto che ciò accada, anche per il verificarsi di eventi imprevedibili. Si pensi, ad esempio, a ciò che molti ritengono sia stato l’errore politico fatale di Craxi: non aver voluto andare alle elezioni nel 1991, perché preoccupato per la fragilità del Paese e del rischio dell’ingovernabilità, non approfittando cinicamente della situazione che la caduta crollo del muro di Berlino aveva determinato (la fine del PCI). D’altronde, allora sembra esservi una direzione definitivamente tracciata degli sviluppi politici a sinistra che avrebbe, da lì a poco, comportato il sostanziale scambio di posizione di prevalenza tra PSI e la formazione erede del PCI. E invece poi accadde quel che tutti sappiamo.

In definitiva, ritenere permanente ciò, il consenso elettorale, che è una condizione fisiologicamente transitoria è un grave errore e deve indurre a capitalizzare politicamente la momentanea posizione di vantaggio per conseguire un risultato strategico e che, a sua volta, potrebbe rappresentare il presupposto per una nuova sorprendente affermazione elettorale.

Difatti, riuscire a realizzare la riforma presidenziale potrebbe ridare slancio elettorale ai suoi promotori e consentire ciò che negli ultimi 30 anni non è accaduto: la riconferma della maggioranza, ma anche il primo Presidente della Repubblica di centro destra nella c.d. Seconda Repubblica, riempiendo, forse, anche l’ultimo specchio rimasto nella stanza delle donne.

Vale sempre la pena ricordare, infatti, che, durante le ultime tre decadi, mentre si è registrata una regolare alternanza di maggioranze politiche al governo, l’inquilino al Quirinale, per fortuiti accadimenti, è sempre stato un rappresentante del centro sinistra. Naturalmente, tutti personaggi di straordinario valore umano e istituzionale, ma sarebbe ipocrita non ritenere che la sensibilità culturale e politica di un individuo non ne condizioni l’operato, anche quando, come nel caso dei Capi dello Stato, si agisca sempre in buona fede e con neutralità istituzionale.

In altri termini, non si vuole certo sostenere la scemenza che un individuo eletto alla massima carica istituzionale avvantaggi la parte politica di provenienza per faziosità, ma che inevitabilmente egli traguarderà ogni questione dal suo punto di vista, anche quando compie ogni sforzo umanamente possibile per essere imparziale. L’uomo non può spogliarsi da sé stesso. E ciò ha conseguenze, anche politiche.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica avrebbe quindi tra i suoi molti vantaggi, anche quello di rendere concretamente contendibile a tutte le parti politiche la massima carica istituzionale, colmando la singolare situazione di un centro destra spesso maggioritario nel Paese ma sempre minoritario nel collegio elettorale presidenziale. 

In conclusione, usando uno slogan caro al movimento femminista, “se non ora, quando” è il momento di mettere in cantiere una riforma presidenziale approfittando del vento elettorale in poppa per tentare di realizzare la riforma entro il primo semestre del 2024, così da eventualmente sfruttare anche l’eventuale scia elettorale che le elezioni europee potrebbero ancora assicurare, soprattutto se condotte sulla base di campagne politiche contro le assurde politiche ambientali della Commissione UE in materia di casa, di auto e di alimentazione.

L’appuntamento elettorale del 2024 potrebbe divenire un’ottima occasione per imprimere una svolta democratica alle politiche ambientali, affinché la transizione ecologica sia socialmente giusta e sostenibile economicamente e per rivitalizzare in senso democratico l’edificio istituzionale della nostra Repubblica, bisognoso di una significativa ristrutturazione.

Se si assume questa finestra temporale, appare inevitabile tecnicamente l’abbandono di ogni ipotesi di commissione bilaterale, o soluzioni analoghe, che allungherebbero troppo i tempi. Si ritiene, infatti, per le ragioni sopra esposte, che la seconda parte della legislatura non sia il momento propizio per portare a casa una riforma istituzionale, essendo troppo alto il rischio che il consenso inizi a calare in assenza di fattori che lo rinsaldino. 

E, forse, la riforma presidenziale è il rimedio migliore per mantenere elettoralmente tonica l’attuale maggioranza anche alle prossime elezioni politiche.

Ecco perché ci auspichiamo che il Presidente Meloni prenda il coraggio con le mani e metta in primo piano le riforme, nella consapevolezza che non ha nulla da perdere e molto invece da guadagnare, lei e il Paese intero: l’ultimo specchio!