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Già nel mese di novembre dello scorso anno, 18 adolescenti che studiavano al Conservatorio Noor nella città iraniana di Qom sono stati ricoverati con nausea, fiato corto, palpitazioni, mal di testa, sonnolenza e, in alcuni casi, parestesie degli arti. Poco dopo, a dicembre, secondo i media iraniani anche altre 51 ragazze dello stesso conservatorio sono state ricoverate con sintomi simili. Il viceministro della Salute ha dichiarato a seguito degli episodi, che l’obiettivo degli attentati era la chiusura delle scuole femminili, per poi ritrattare spiegando di essere stato “mal interpretato”.

Attualmente la procura,  dopo aver annunciato un’inchiesta, indaga sull’avvelenamento di 650 ragazze con gas tossico. Le proteste in cui è immerso l’Iran, e che partono dalla morte di Mahsa Amin, non sembrano cedere.

 La donna curdo-iraniana morta dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per aver violato il rigido codice di abbigliamento del Paese, ha scatenato le proteste contro le leggi sull’hijab obbligatorio e più in generale, sulle condizioni in cui le donne sono costrette a vivere. Forse per la prima volta donne ma anche uomini di varie etnie, hanno marciato sotto la bandiera dei diritti delle donne. In tutto l’Iran, folle di persone hanno intonato inni del movimento delle donne “Jin, Jian, Azadi” in curdo e “Zan, Zendagi, Azadi” in farsi, inni che significano “Donna, Vita, Libertà!”. Le proteste sono finalizzate alla richiesta di cambiamenti radicali, e non sorprende che in prima linea nelle mobilitazioni ci siano ragazze e giovani donne. Mahsa, aveva appena 22 anni quando è morta mentre era sotto la custodia della polizia iraniana, ed è diventata un simbolo dell’ingiustizia delle regole restrittive che lo stato impone alle donne. 

In Iran forse solo l’infanzia è lasciata libera da obblighi, ma le bambine già appena raggiunta la pubertà dovrebbero iniziare ad indossare l’hijab. Diventate donne adulte, continuano a vedersi negata la possibilità di scegliere il proprio abbigliamento e il loro diritto a partecipare a tutti gli aspetti della vita pubblica è condizionato, limitato, non è una libera scelta studiare, lavorare o addirittura uscire di casa. Potrebbe capitare come è successo a Mahsa, di essere arrestate semplicemente perché un poliziotto morale ritiene che il modo in cui indossano l’hijab non sia “corretto”.

Potrebbero essere multate o detenute allo scopo di “educarle”. A seguito di queste proteste coraggiose, dove alcune studentesse hanno preso l’iniziativa di alzare il velo, sfilando per le strade sfidando i funzionari pubblici, la reazione repressiva non si è fatta attendere, prima secondo quanto riferito dalle agenzie, attraverso l’arresto di massa delle manifestanti, dopo anche con strategie come l’avvelenamento, episodio da cui parte questo articolo, ma anche l’omicidio.La crisi economica, che ha preceduto questa rivolta, ha spinto gran parte della società iraniana sull’orlo della povertà, e questa situazione colpisce in modo sproporzionato le donne. Le leggi e le politiche iraniane sono discriminatorie in termini di accesso all’occupazione, inclusa la limitazione di alcune professioni alle quali le donne possono accedere. Sebbene oltre il 50% dei laureati in Iran siano donne, il tasso di disoccupazione tra le donne è più del doppio di quello dei loro colleghi maschi, una tendenza preoccupante che si è addirittura aggravata dopo la pandemia di Covid-19. Invece di affrontare le difficoltà economiche che le donne devono affrontare e la loro mancanza di pari opportunità per definire la propria vita, le autorità iraniane stanno cercando di costringere le donne a sposarsi prima e ad avere più figli per aumentare la popolazione del paese.

Proprio come un tempo il governo riceveva elogi internazionali per aver promosso la pianificazione familiare, oggi le donne sono alle prese con gravi limitazioni nell’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi. Una legge sulla popolazione approvata nel novembre dello scorso anno ha proibito ad esempio la distribuzione gratuita di contraccettivi nel sistema sanitario pubblico, a meno che la possibilità di una gravidanza non minacci la salute della donna, e ha ulteriormente limitato l’accesso all’aborto sicuro. Quella stessa legge prevedeva incentivi per i matrimoni precoci, come prestiti senza interessi per i giovani fino a 25 anni che si sposano. In un contesto in cui molte famiglie sono spinte in una situazione di povertà, iniziative di questo tipo, potrebbero costringere ragazze e donne a sposarsi prima, per avere una persona in meno da sfamare. I dati dello stesso governo mostrano che i matrimoni precoci sono in aumento. Il codice civile iraniano stabilisce che le ragazze possano sposarsi a partire dai 13 anni e i ragazzi dai 15 anni, e prevede la possibilità di età ancora inferiori se autorizzate da un giudice. Una volta sposate, le donne e le ragazze spesso subiscono altri abusi.

Le leggi dell’Iran danno ai mariti un controllo significativo sulla vita delle loro mogli. Ai sensi del codice civile, il marito ha il diritto di scegliere dove vivere e può impedire alla moglie di svolgere determinati lavori se li ritiene contrari ai “valori familiari”. La legge sui passaporti prevede che una donna debba ottenere il permesso del marito per ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese.

 L’Iran non ha politiche per prevenire gli abusi, proteggere le donne e perseguire gli atti di violenza domestica, nonostante il crescente numero di segnalazioni di orribili femminicidi e donne che rischiano la vita per sfuggire a situazioni di abuso. Più di 40 anni fa, le autorità iraniane hanno cercato di escludere le donne dalla vita pubblica; nonostante la discriminazione invece, le donne iraniane sono altamente istruite e hanno superato barriere in numerosi campi professionali.

Le ragazze e le donne iraniane protestano contro le norme discriminatorie e chiedono un profondo cambiamento per garantire i loro diritti e libertà fondamentali. Le autorità iraniane – e il mondo intero – devono ascoltarle.