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Quarant’anni or sono si chiudeva la storica epopea della Monarchia di Casa Savoia, fautrice dell’unificazione del Regno d’Italia sotto un unico vessillo nel 1861, dopo secoli di frammentazione e dominazioni straniere.

Il 18 marzo del 1983 si spegneva in esilio Re Umberto II, che spirò, come in una romanzesca trama del destino, il giorno dopo l’Anniversario dell’Unità, come in un ultimo e intimo congedo. 

Quell’Italia che non avrebbe mai più rivisto oggi ne ricorda la statura e il delicato ruolo istituzionale in un periodo storico denso di trasformazioni radicali.

Umberto, che fu Luogotenente generale del Regno dal giugno del 1944 al maggio 1946, aveva già di fatto sostituto nell’immaginario generale dei monarchici il padre Vittorio Emanuele III. 

La fuga, i drammi del conflitto bellico e l’Italia dilaniata dalla guerra civile avevano già virtualmente chiuso il periodo di Regno di “Sciaboletta”.

Al momento dell’abdicazione del padre, Umberto decretò che il popolo italiano avrebbe scelto il proprio futuro e che mai si sarebbe opposto al suo volere.

Le urne del giugno 1946 raccontarono di un Paese perfettamente spaccato in due, con il nord a trazione repubblicana e il meridione fortemente monarchico (alcuni comuni del Salento stabilirono il record di voti espressi a favore della monarchia con l’intera cittadinanza compatta nella scelta). 

Mentre le strade d’Italia venivano insanguinate da proteste e scontri (che a Napoli sfociarono nella mattanza di Via Medina) Umberto si convinse che l’unità della nazione era la chiave per risollevarsi dal dramma. 

Con i poteri transitati nelle mani di De Gasperi, a cui l’ultimo Re non risparmiò critiche in uno degli ultimi proclami (definendo il suo gesto rivoluzionario in attesa del riconteggio ufficiale delle schede), Umberto II decise il 13 giugno stesso di partire dall’aeroporto di Ciampino a Roma. 

Il suo addio non ricucì le ferite di un popolo drammatizzato dalla guerra e dalla trasformazione epocale del suo assetto istituzionale ma contribuì a non esacerbare una crisi politica e sociale che aveva vissuto il suo climax nel biennio 1943-1945 dopo l’armistizio di Cassibile.

Era un addio momentaneo, che negli anni divenne esilio.

Umberto, il Re di maggio, l’ultimo sovrano degli italiani e denominato “Re Galantuomo” per lo stile, la pacatezza e l’eleganza istituzionale fu sempre vicino ai monarchici della neonata Repubblica con missive e proclami. Prima di lasciare il suo Paese adottò i decreti che dotarono la Sicilia di uno statuto speciale e diedero il via libera al suffragio femminile in Italia. La celebre foto di Anna, simbolo della Repubblica con quel giornale che ne annuncia la nascita, affonda le radici in uno degli ultimi atti di Sua Maestà.

A causa dei contrasti con suo figlio Vittorio Emanuele, la casata reale non ha più avuto un successore riconosciuto, aprendo fratture tra i due rami familiari. 

Per tale ragione e per la tradizione che ha incarnato, la storia continua ad incoronare come ultimo Re d’Italia Umberto II, la cui più celebre citazione avrebbe consacrato alle pieghe del tempo la vera essenza di quell’antica e ritualistica istituzione che è la monarchia:

“La Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no. La Monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”.