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Abbiamo intervistato Ilaria Bifarini, economista e saggista, al fine di dialogare sulle considerazioni espresse nel suo nuovo libro “Blackout” e sull’emergenza climatica, a cui l’Occidente sta rispondendo in maniera errata, attraverso provvedimenti politici dannosi per l’economia ed il ceto industriale.

Quali sono i punti cardine del suo nuovo libro “Blackout”?

La transizione ecologica e la deriva ideologica dell’Occidente, come anticipato dal sottotitolo, sono le due direttrici attraverso le quali si articola il mio saggio. Esaurito il suo potenziale di sviluppo e privo di una carica rigenerativa, il mondo occidentale sembra essersi incamminato su una china autodistruttiva, quel suicidio dell’Occidente evocato, tra gli altri, dall’omonimo saggio del filosofo Scruton. Dalla distruzione delle icone del passato, lo sfregio di statue di personaggi storici e la messa al bando di testi capitali nella letteratura e nella storia del pensiero occidentale, prende piede un’anti-cultura dell’odio verso se stessi, il passato e la tradizione, considerati frutto di vessazioni e sfruttamento verso i più deboli. Cancellare il DNA dell’uomo occidentale e riscriverlo, mondandolo di tutti i peccati e i crimini di cui si sarebbe macchiato secondo i nuovi canoni di giudizio morali, sembra essere la colonna portante dell’apparato ideologico della vulgata predominante. Ne deriva un senso di colpa immanente, che occorre espiare e redimere attraverso pratiche sacrificali penitenziali. Tale temperie culturale rappresenta il terreno di coltura ottimale per lo sviluppo dell’ambientalismo ideologico, un ecologismo fanatico, radicale, che non ammette contraddittorio né pluralismo. Per comprendere come un’ideologia centrata sulla demonizzazione della civiltà occidentale abbia potuto radicarsi proprio in Occidente, nel saggio compio un excursus storico del pensiero ecologista. Ne emerge che il progetto di un nuovo modello socioeconomico capace di sovvertire le dinamiche di sviluppo del Dopoguerra ha radici profonde, che confluiscono ne I limiti dello sviluppo, il documento pubblicato nel 1972 dal Club di Roma che ha aperto una breccia nell’opinione pubblica mondiale. Con un approccio scientista più che scientifico, le teorie malthusiane vengono riproposte un secolo e mezzo dopo in versione ecologista: la decrescita demografica ed economica diventa una necessità per salvare il mondo da un’imminente e irreversibile catastrofe. L’essere umano diviene ufficialmente “un cancro” per il pianeta, con tutti gli addentellati ideologici e morali che ciò comporta, tra cui l’abbattimento dei fondamenti del Cristianesimo, considerato una religione dello sviluppo esponenziale. Attraverso la mobilitazione di premi Nobel, icone del mondo dello spettacolo e una fitta rete di organizzazione infiltrate nel mondo della spiritualità si è andata propagando una visione apocalittica, per la quale un processo di deindustrializzazione dell’Occidente e di decrescita demografica è indispensabile per scongiurare il disastro che incombe sull’avvenire di tutti noi.

Come identificare ed analizzare le storture nell’approccio politico ed ideologico dell’Occidente al tema dell’ambientalismo?

È necessario innanzitutto uscire da questo “blackout” cognitivo e culturale e ritrovare la lente della ragione, che come ci ha insegnato Benedetto XVI è in armonia con la fede cristiana. Il paradosso lampante dell’attuale ecologismo è che l’amore e il rispetto per la Natura passano in secondo piano, fino a sparire definitivamente, soppiantati da un calcolo astratto e meccanicistico delle emissioni di anidride carbonica e della variazione della temperatura media a livello globale. Nella nuova dottrina ambientalista la Natura, quale realtà fenomenica che esula dalla volontà umana, col suo divenire e mutare incessante, diventa addirittura una nemica, un ordine superiore da modificare secondo i propri desiderata, da ingegnerizzare e plasmare a immagine del Nuovo Mondo. La propaganda ecologista diffonde il timore di essere prossimi a un disastro irreversibile, una catastrofe climatica che potrebbe rendere la vita impossibile sulla Terra: chiunque cerchi di smorzare i toni apocalittici viene accusato di negazionismo. Eppure la scienza non è affatto unanime sulla questione dell’origine antropica di questo cambiamento, poiché la storia del nostro Pianeta dimostra come si siano avvicendate fasi di riscaldamento e di glaciazione non connesse alle attività dell’uomo e alle emissioni di CO2. La visione ossessiva e monotematica secondo cui non può esserci altro colpevole che l’uomo finisce per non dare spazio alla cura dell’ambiente e al confronto edificante tra soluzioni diverse. L’aspetto ancora più sconcertante del neo-ecologismo occidentale è che trova massima applicazione nel Vecchio Continente, attraverso le politiche autolesioniste della UE, nonostante l’Europa sia responsabile soltanto per l’8% delle emissioni di CO2 globali, mentre la Cina da sola ne rilascia circa il 33%. 

Quali sono i rischi per la nostra industria automobilistica e per il comparto immobiliare derivanti dalle decisioni dell’Unione Europea sul tema della riconversione ecologica?

Con il bando alle auto endotermiche e la fine dei motori diesel e benzina, fissato dall’Ue a partire dal 2035, l’Italia diventerà ancora più dipendente dalla Cina per quanto riguarda la componentistica essenziale. Come se non bastasse, le auto prodotte in Cina saranno molto più convenienti di quelle fabbricate in Europa: il simbolo dell’industrializzazione italiana degli anni Cinquanta, l’automobile, verrà spazzato via per rispettare gli zelanti piani climatici. È avvilente constatare come l’Italia sia prima divenuta dipendente dal gas russo per l’approvvigionamento energetico e ora si consegni in mano alla Cina per le batterie delle auto elettriche, con tutte le questioni legate all’instabilità dello scenario geopolitico. C’è poi il tema delle terre rare necessarie per la produzione delle batterie, la cui estrazione ha un non trascurabile impatto ambientale e sociale, e il cui mercato è in grandissima parte controllato sempre da Pechino. Non sono da ignorare inoltre i rischi di sovraccarico energetico cui si andrebbe incontro, con una domanda di massa di ricariche giornaliere difficile da sostenere. La scorsa estate, in California, sono stati necessari razionamenti per evitare blackout.Analogamente, la direttiva europea sull’efficientamentoenergetico delle abitazioni rappresenta un’ecofollia che si abbatterà sui cittadini italiani, trasformando peraltro il Belpaese in un orribile cantiere a cielo aperto per la quantità di interventi previsti. Il mercato immobiliare, già minacciato dalla serie incalzante di rialzi dei tassi di interesse della BCE, subirà il colpo di grazia, con una perdita patrimoniale che riguarderà tutti i proprietari di abitazioni.

Da anni Nazione Futura propone un “conservatorismo verde” che unisca il rispetto per l’ambiente con gli interessi economici ed industriali. Sarà possibile ampliare il fronte che condivida una simile posizione e renderla maggioritaria nell’opinione pubblica nazionale?

Bisogna superare un problema epocale in ambito culturale, ossia il monopolio esercitato di fatto dalla sinistra progressista, che in pieno delirio nichilista ha partorito l’ideologia fanatica e autodistruttiva che analizzo nel saggio. Il fronte conservatore, e in generale la Destra (per quello che oggi rimane di questa dualità politica), deve fare i conti con una sorta di complesso di inferiorità, riflesso della colonizzazione del sistema scolastico e del mondo della cultura tout court da parte della Sinistra radical chic e favorito, in parte, anche da un certo anti-intellettualismo liberal di matrice statunitense. Il tema ambientale è troppo serio per essere ridotto al fanatismo ossessivo per le emissioni di CO2 e a strumento auto-punitivo verso le economie e le società occidentali. Peraltro, per continuare coi paradossi, le misure intraprese dall’agenda verde si rivelano addirittura anti-ecologiche: dalla rottamazione forzata delle auto a combustione, all’installazione di un numero esorbitante di colonnine per la ricarica, alle batterie che hanno vita utile breve e difficoltà di smaltimento, al trasporto e alla rigassificazione del gas liquefatto, gli esempi sono molteplici. Di fronte a politiche così invise e dissennate non dobbiamo però cadere nella trappola delle fazioni contrapposte e del negazionismo: il nostro modello di sviluppo va riformato, occupandoci in primis del dissesto idrogeologico del nostro territorio. Occorrerebbe che il fronte conservatore facesse quadrato intorno alla massima di Roger Scruton, che ben racchiude lo spirito di un ambientalismo dal volto umano: «Noi vogliamo difendere la natura con l’uomo dentro. Coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale». Il voto al Parlamento europeo sulla direttiva relativa allo stop ai veicoli inquinanti, passato con una maggioranza ristretta (340 voti favorevoli, 279 contrari e 21 astenuti), dimostra che esiste un fronte conservatore potenzialmente in grado di recepire questi temi. Ma deve farsi carico di proporre una narrazione efficace e coesa, capace di sensibilizzare l’opinione pubblica