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Fin dall’inizio dell’avventura governativa, il Premier Meloni e gli alleati sono stati chiari, e allo stesso tempo meramente sinceri, nel dichiarare che non sarebbero state realizzate spese folli. L’economia italiana, indebolita da un rapporto debito/PIL pari al 144,4%, si è mostrata, però, tutto sommato resiliente. Nonostante ciò, non si può non considerare nell’elaborazione del documento di economia e finanza la situazione che sussiste attorno a noi. Al di là della guerra in Ucraina che sembra non voler terminare a breve giro, si sono aperti nelle ultime settimane ulteriori scenari, come la rinnovata violenta richiesta di Pechino nei confronti della (da loro considerata) provincia ribelle di Taiwan, il rialzo dei tassi d’interesse o le diverse crisi verificatesi negli ultimi mesi all’interno dei sistemi bancari e finanziari internazionali. 

Questa è la situazione che il Governo si è trovato innanzi nel momento in cui doveva elaborare il DEF, il principale strumento di programmazione economica per il triennio 2024-2026. Il Governo dovrà poi – entro il 27 settembre – presentare in Parlamento la NADEF, ossia la nota di aggiornamento al DEF, influenzata chiaramente dalle raccomandazioni che in questi mesi la Commissione europea prima e il Consiglio Ecofin poi vareranno. Partendo dal PIL, nel DEF si leggono le previsioni più caute possibili. L’anno scorso si è chiuso con un PIL in crescita del 3,7% nonostante le congiunture internazionali sicuramente non rosee. Quest’anno, invece, è prevista una crescita del PIL pari allo 0,9%, che andrà ad aumentare nel 2024 toccando l’1,4%, nel 2005 dell’1,3% ed infine nel 2026 dell’1,1%. Quindi, le iniziali previsioni catastrofiche del giorno successivo all’elezioni sono state – oggettivamente non serviva il DEF per sancirlo – completamente smentite. 

Il debito è un altro scenario dove il Governo ha voluto – e dovuto – mettere le mani. Come detto sopra, il rapporto debito/PIL pari al 144,4% non può che preoccupare tutti noi, in particolare le giovani generazioni. Tale mole di debito non è colpa di un Governo in particolare né di un altro. Sicuramente, però, il Governo è dovuto dolorosamente intervenire su misure che avevano un’incidenza altissima sul debito nazionale, come ad esempio il Superbonus. Non si è mai visto in alcun Paese che lo Stato regala soldi ai cittadini che decidono di ristrutturare i propri immobili: beneficio personale ed in più qualche soldino dallo Stato, una pazzia! 

L’obiettivo, quindi, è la riduzione del debito: nel 2023 al 142,1%, nel 2024 al 141,4%, a 140,9% nel 2025, fino a raggiungere il 140,4% nel 2026. 

Si è voluto intervenire in maniera importate anche sul cuneo fiscale, forse la principale zavorra dell’economia italiana. Il mantenimento dell’obiettivo di deficit del 4,5% permette al Governo di intervenire a breve con un provvedimento volto alla riduzione dei costi economici sul lavoro. Si concretizzerà il tutto in un taglio, pari ad oltre 3 miliardi, dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti rientranti nella fascia di reddito medio-basso per tutta la seconda metà dell’anno, a partire da maggio. Questo permetterà di avere più stipendio in busta paga dei dipendenti, quindi di aumentare il potere di acquisto delle famiglie. 

Tramite l’eliminazione di alcune misure politiche precedenti, è stata data maggior attenzione al ceto medio, quello maggiormente travolto dall’inflazione e dalla congiuntura economica negativa. Non manca uno sguardo al futuro, vedendo gli obiettivi in merito alla riduzione del debito e del deficit. Il tutto all’interno di una cornice di cautela e prudenza, come sancito dal Ministro Giorgetti, che ritrova nell’azione del Governo una precisa visione del Paese: tutela delle famiglie (soprattutto quelle numerose), riconoscimento del ruolo dell’imprenditore come motore per la crescita del Paese e una crescita sostenibile all’insegna della transizione ecologica e digitale.