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Ieri è stata una giornata importante per le riforme istituzionali.
Come è noto si sono svolti gli incontri di una delegazione del Governo composta dal presidente Meloni, dai Ministri Salvini, Tajani e Casellati e dal Sottosegretario di Stato Mantovano con le opposizioni per valutare possibili convergenze su una delle tre ipotesi di riforma della forma di governo che questa maggioranza prende in considerazione: presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato. Vi è stato inoltre l’insediamento del Clep alla presenza del Ministro Calderoli, comitato composto da 61 esperti per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, i quali sono necessari per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Naturalmente, i riflettori erano tutti puntati sul primo evento perché quello politicamente più significativo, avendo sostanzialmente coinvolto tutti i principali leader politici. Al termine degli incontri, il presidente Meloni ha tenuto una breve conferenza stampa nella quale ha illustrato l’esito delle consultazioni e risposto ad alcune domande.
È noto l’interesse di Nazione Futura per le riforme, come testimonia la stessa presenza di un Osservatorio per le riforme che ha avuto il suo battesimo di fuoco in occasione di un recente convegno dedicato proprio al tema della forma di governo e tenutosi presso la Sala Regina della Camera dei deputati nello scorso mese di febbraio.
È dunque in tale prospettiva che abbiamo seguito la conferenza del presidente Meloni. Le considerazioni a commento sono diverse e iniziamo da quelle di segno positivo.
È certamente apprezzabile lo sforzo di ricercare un consenso più ampio della sola maggioranza, poiché è sempre auspicabile che le riforme si realizzano, ove possibile, con larghe intese. È altresì apprezzabile, e pienamente condivisibile, la scelta di assumere come preciso vincolo politico l’obbligo di rispettare il mandato elettorale, poiché è espressione di una concezione politica e di etica pubblica nobile e di maturo spirito democratico. E proprio partendo da questo condiviso, e più volte reiterato nella conferenza stampa, vincolo politico con il mandato popolare che possiamo formulare qualche considerazione critica della posizione che il governo sembra assumere. Occorre premettere che le nostre critiche sono quelle che amorevolmente rivolgerebbe un tifoso alla propria squadra del cuore e che, forse, proprio per questo meritano almeno qualche istante di riflessione, perché vogliono allertare sulle molte polemiche che arriveranno da parte di chi legittimamente avversa l’attuale maggioranza al fine di non soccombervi.
Se si consente l’uso di una metafora bellica, è ben diverso trovarsi sotto il fuoco nemico se si è al riparo di una fortificazione posta alla sommità di una collina soprastante il campo di battaglia (il presidenzialismo) o se invece ci si trova in aperta campagna circondati da truppe nemiche (il premierato).
E proveremo a spiegare il senso della metafora bellica sviluppando alcuni punti critici. In primo luogo, sin d’ora sembra evidente che l’obiettivo di conseguire la maggioranza qualificata dei due terzi per evitare il possibile ricorso al referendum non è concretamente conseguibile, visto che l’unica forza politica che ha manifestato disponibilità nei confronti del solo premierato è il c.d. terzo polo. E, ammesso che tale disponibilità vi sia davvero, al riguardo ciascun lettore potrà formulare la propria valutazione sull’affidabilità politica dei suoi leader, non sarebbe sufficiente per raggiungere il quorum richiesto. Quindi la maggioranza potrebbe dovere affrontare le forche caudine del referendum, avendo comunque rinunciato al suo modello istituzionale di riferimento.

In secondo luogo, la scelta del premierato non sembra del tutto conforme al vincolo elettorale. E difatti il programma elettorale del centro destra al terzo punto (“Riforme istituzionali, della giustizia e della Pubblica Amministrazione secondo Costituzione”) prevedeva espressamente l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Era anzi il suo primo punto. Ora affermare che l’elezione diretta del presidente del consiglio sia equivalente a quella del Presidente della Repubblica obiettivamente non sembra sostenibile. Parafrasando una celebre frase usata in Gran Bretagna dopo il referendum sulla Brexit (“Brexit means Brexit”), potremmo dire che “presidenzialismo significa presidenzialismo” e cioè l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Pertanto, confluire sul premierato presterà al fianco alla critica di chi evidenzierà il travisamento del mandato elettorale, che si ripete parlava espressamente di elezione diretta del Presidente della Repubblica, con il rischio di perdere il consenso degli elettori di centro destra delusi da tale scelta.


In terzo luogo, la scelta di preferire un originale modello italiano, tutto da costruire, in luogo di qualcuno dei principali modelli di riferimento sembra una scelta azzardata perché ci conduce in territori costituzionali inesplorati e che pertanto potrebbero presentare insidie inattese. E soprattutto rende più complicato la sua difesa dommatica. In altri termini, è molto più semplice replicare alle critiche, compresa l’eventuale accusa di deriva autoritaria, nel caso di scelta di un modello canonico, ad esempio il semipresidenzialismo francese, rispetto ad una scelta totalmente originaria e che semmai può evocare, anche strumentalmente, suggestioni con altri momenti della nostra storia istituzionale. Infatti, non sembra la migliore scelta per il primo governo dell’era repubblicana guidato da un esponente della destra procedere con una riforma istituzionale che rafforzi la posizione politica del “capo del Governo” a scapito del capo dello Stato e, conseguentemente, dia vita ad un sistema elettorale marcatamente maggioritario. Non è difficile immaginare polemiche sull’assonanza con le prime mosse istituzionali del fascismo (legge Acerbo e leggi fascistissime). E all’obiezione che accuse del genere sarebbero assolutamente strumentali, è facile replicare di essere assolutamente d’accordo, evidenziando tuttavia che una critica politica non deve necessariamente essere seria e fondata per produrre l’effetto desiderato e cioè quello di fare perdere consenso e/o creare un clima di veleni, anche all’estero dove certamente si farebbe più fatica a capire il funzionamento di un sistema originale.


Infine, vi è un ulteriore aspetto che merita di essere segnalato e cioè il paradosso che per onorare l’impegno elettorale si debba scegliere il modello istituzionale presentato in campagna elettorale dalla quarta forza politica in base al consenso espresso dagli elettori. Infatti, è arcinoto che il c.d. “Sindaco d’Italia” sia un cavallo di battaglia di Renzi e faceva parte del programma elettorale del Terzo Polo.
Pertanto va bene ricercare un consenso più ampio per le riforme, anche quando ciò non comporta il raggiungimento del quorum dei due terzi, ma che ciò debba avvenire facendo proprio il modello prescelto da chi ha perso le elezioni in luogo di quello presentato dai vincitori sembra obiettivamente troppo. Peraltro, come già altre volte scritto, la corretta traduzione istituzionale a livello statale del modello “Sindaco d’Italia” non è il premierato, ma semmai il presidenzialismo di tipo statunitense, cioè l’elezione diretta del capo dell’Esecutivo. A livello comunale, infatti, il sindaco è la più alta carica monocratica. Non si pone il problema della sua coabitazione con un’altra carica monocratica istituzionalmente posta su un piano superiore, come invece avviene a livello statale con la presenza del Presidente della Repubblica. Ecco perché sembra facile profezia quella di ritenere che il premierato sarebbe un pasticcio istituzionale che probabilmente determinerebbe nuovi e più complicati problemi.
In conclusione, per ritornare alla metafora bellica usata in precedenza, già questo esecutivo è oggetto di un enorme fuoco di sbarramento mediatico (e non solo), non sembrerebbe opportuno fornire, anche con nobili intenti, ulteriori obiettivi da colpire. Sarebbe una mossa pericolosa e inutile, nel senso che lo sforzo per la ricerca di un più ampio consenso non verrebbe alla lunga valorizzato e costringerebbe probabilmente la maggioranza a difendere da sola un sistema scelto per un motivo tattico (ampliare il consenso e magari evitare il referendum) quando tutti si sfileranno.

Molto meglio quindi arroccarsi in difesa in una posizione più solida, soprattutto quando essa coincide esattamente con il vincolo politico a cui ci si sente giustamente tenuti.
D’altronde, a bene vedere, è l’intera parabola politica di Fratelli d’Italia della Meloni a testimoniare che la scelta di restare sempre e comunque coerente con il mandato elettorale è la migliore strategia a disposizione e non occorre cedere all’illusione di rinunciarvi per conseguire qualche effimero vantaggio tattico, perché il quadro operativo cambia rapidamente e se ci si colloca in una posizione scarsamente difendibile, prima o poi, si soccombe.

dott. Giacomo Canale – Direttore Osservatorio per le Riforme Istituzionali