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A comprendere per primo che il vuoto di potere lasciato dalla Rivoluzione francese non potesse essere colmato dalla tirannide utopistica del giacobinismo fu un giovane ufficiale d’artiglieria nato in Corsica, alla periferia di un regno secolare le cui certezze venivano travolte dai tumulti di piazza e dal rovesciamento dei paradigmi esistenti nell’estate del 1789.

Paradossalmente, fu proprio la democratizzazione dei ranghi dell’esercito frutto della rivoluzione a permettere a Napoleone Bonaparte di diventare ciò per cui la storia lo ha consacrato.Politico e generale, Imperatore dei francesi e degli europei, fu un uomo ossessionato dal potere (che definiva la sua corda di violino da suonare) e dall’ordine e disciplina che alimentavano la sua inarrestabile macchina bellica.

Ma Napoleone non fu solo uomo d’armi, con le quali tradusse sui campi di battaglia i precetti teorici dello stratega dello stato maggiore prussiano Von Clausewitz (gli stessi che permisero alla Prussia di vincere a Sedan nel 1870), poiché egli sapeva che la conquista e la bellezza sono un binomio indissolubilmente legato e non esiste gloria politica senza sapienza.

Così, sulla scia di fuoco e cannoni l’epopea napoleonica si è innestata anno dopo anno sull’arte e la cultura, sui codici giuridici e i trattati di pace ineguali che costringevano i sovrani spodestati a cedere le opere d’arte più rappresentative dei propri Paesi. 

Con Napoleone nacque l’universalismo in mostra al Louvre e il tentativo di replicarne il virtuosismo a Brera, dove troneggia ancora oggi imperiosa la statua ad opera di Antonio Canova, il Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore, simbolo di guerra e pace, terrore e giustizia di matrice marziana.

Le imprese del Bonaparte naufragarono nel gelo dell’inverno russo e tra le pianure di Waterloo. A Sant’Elena dove venne esiliato dopo la seconda caduta, Napoleone si spense nel silenzio assordante di un mito decaduto. Aveva sognato e toccato con mano la grandezza, salutava le glorie della vita in una tra le colonie britanniche d’oltremare, tra le più piccole e insignificanti come in un crudele contrappasso terreno.

Quando Alessandro Manzoni seppe della sua morte fu pervaso da malinconica ispirazione e scrisse uno tra i suoi più celebri capolavori.Il 5 maggio non è una semplice ode allo spessore di un uomo che aveva scritto pagine memorabili di storia, è un riflesso della sua intimità e della sua umanità.

Oltre alla gloria terrena, l’autore ritiene meritoria la conversione spirituale dell’Imperatore in punto di morte, riconoscendogli la capacità di aver difeso i valori della rivoluzione orientandoli verso l’avvenire. È ciò che distingue la razionalità di Napoleone dai moti disordinati della fine del Settecento e dalla crudeltà messianica delle ghigliottine del comitato di salute pubblica.

Manzoni traccia quindi un profondo ritratto di Napoleone, provando ad immedesimarsi nel complesso turbinio di emozioni che lo hanno attanagliato durante il lungo esilio. Quando la sua “grande luce” si spegne e l’Imperatore giace immobile la voce commossa del Manzoni si leva in onore del ’“fu” Napoleone. Un uomo inimitabile e che in vita seppe sublimare la grandeur francese, un esempio di cui il suo stesso Paese sembra essersi dimenticato, specchiandosi nel declino della società occidentale.

Egli giace sepolto dalla massificazione e dalla mediocrità di un mondo incapace di guardare al passato per costruire il futuro. Come un ravviso del sarcasmo, fu proprio Napoleone ad affermare “dal sublime al ridicolo vi è appena un passo”.