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È notizia di ieri (lunedì 22 maggio) la trasformazione della follia in realtà. Sebbene il significato della parola follia varia dal periodo storico a cui si fa riferimento, quello che sta avvenendo in Irlanda – quindi, in Europa, non dimentichiamolo – è completamente folle. Come sempre, ci accorgiamo dei danni una volta che quest’ultimi sono in procinto di giungere. Ma dobbiamo andare per gradi, soprattutto partendo dal fatto che il percorso che ha portato a questa nuova legge irlandese risale al 2018.

Ormai cinque anni fa, infatti, è stato presentato un disegno di legge sulla salute pubblica, incentrato particolarmente sul consumo di alcolici il cui preambolo fa impaurire qualunque persona abbia a cuore la libertà. Non potendolo riprendere in toto, sono significativi però alcuni passaggi: questa legge prevede restrizioni alla pubblicizzazione dei prodotti alcolici e alla vendita di prodotti alcolici in determinati locali autorizzati, prevede il conferimento al Ministro della Salute il potere di emanare regolamenti allo scopo di vietare o limitare la vendita di prodotti alcolici in determinate circostanze… si è capito, è un insieme di “più leggi, più potere allo Stato, meno libertà ai cittadini”. Fin qui potremmo anche pensare che ci dispiace per gli amici irlandesi ma fattacci loro, dato che si tratta di norme ad “uso e consumo” meramente interno.

Sorgono, però, i problemi per noi e l’economia italiana a partire dall’articolo 12 del disegno di legge. L’articolo 12, infatti, parla specificatamente dell’obbligo per chi pubblicizza prodotti alcolici di prevedere un’avvertenza volta a informare il pubblico del pericolo del consumo di alcol, un’avvertenza volta a informare il pubblico del pericolo del consumo di alcol in gravidanza e un’avvertenza volta a informare il pubblico del legame diretto tra alcol e tumori mortali, ed altri ancora obblighi, che non cito per evitare di causare malumori tra Voi lettori. Lo scorso giugno il governo irlandese ha notificato alla Commissione europea la volontà di adottare le etichette da apporre sulle bottiglie dei vini e dei vari alcolici entro il 2026, richiamando in particolare la necessità di un uso moderato del vino. I contraccolpi che l’export italiano di vini potrebbe subire – col rischio concreto che dall’Irlanda si espanda a macchia di leopardo questo attacco tanto all’eccellenze italiane quanto alla libertà di scelta del consumatore – sono da tenere attenzionati al nostro Governo e alle nostre autorità. Secondo Coldiretti, il 2022 è stato un anno estremamente positivo per il settore vinicolo, con un fatturato complessivo di 14 miliardi, e, secondo la rivista digitale ilfattoalimentare.it, centinaia di migliaia di aziende e un milione e 300mila addetti. La conferma dell’assurdità di questa legge irlandese è data dall’importante collaborazione che le varie istituzioni italiane, dal governo agli enti locali, stanno avendo in queste settimane per far fronte comune ad una legge che non ha nulla a che fare con quell’idea di “mercato unico” europeo.

Vien naturale, quindi, guardare anche a noi tutti consumatori, disinteressati troppo spesso a sentirci un corpo unico, in grado anche di determinare conseguenze forti. L’attacco al vino da parte dell’Irlanda – “patria” dell’alcolismo dovuto ad altri prodotti, spesso realizzati in loco – è un attacco in primis alla nostra economia e in secundis alla nostra cultura. Il pericolo non è sicuramente l’utilizzo del vino, piuttosto l’abuso di questo utilizzo. La sensibilizzazione nei confronti delle giovani generazioni è il primo compito delle istituzioni, ma in questo caso va sensibilizzato qualche burocrate della Commissione Europea che ha dato il via libera questa follia in salsa irlandese.