Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Durante gli anni di servizio, dai suoi alleati e collaboratori fu ascoltato e incensato, dai suoi “nemici” politici fu avversato e temuto. Difficile comprendere quali siano stati gli uni e quali siano stati gli altri, poiché Henry Kissinger che rimane ancora oggi lo stratega della realpolitik per eccellenza, avrebbe fatto a meno di categorizzazioni e rozze banalizzazioni, come avvenne nel complesso scacchiere della Guerra Fredda in cui i due blocchi mutarono natura rapidamente, pur lasciando invariati gli assetti e le intelaiature istituzionali, anche sulla scia dei diversi approcci strategici messi in campo.

Perché Kissinger, ebreo tedesco nato a Fürth nel 1923 e riparato con la famiglia negli Stati Uniti quando la morsa hitleriana antisemita sublimò brutalità e violenza, conosceva bene i complessi meccanismi della geopolitica, essendosi laureato con una tesi sullo statista Metternich e sul delicato equilibrio del Congresso di Vienna, lo stesso che attraverso il Cancelliere austriaco prima e con Bismarck dopo garantì all’Europa quasi un secolo di stabilità, limitando la durata e l’impatto dei conflitti continentali con il celebre concerto ottocentesco fra potenze.

Come Metternich, Kissinger aveva chiara la necessità di una politica pragmatica e nel giorno del suo centesimo compleanno, continua ad accogliere nella propria abitazione giornalisti e organi di stampa, rispondendo agli interrogativi sul presente con intensa lucidità.

Durante i suoi anni di docenza universitaria si avvicinò a Kennedy, ma il feeling fra i due non si tradusse in una collaborazione proficua ma contribuì ad introdurlo nell’establishment della East Cost americana. Un percorso che gli permise di entrare nelle grazie del magnate Nelson Rockefeller, che si ricopriva l’incarico di governatore dello Stato di New York per il Grand Old Party.

Con gli Stati Uniti divisi dalle rivolte sociali e impegnati tra napalm e incursioni in Vietnam Richard Nixon, divenuto Presidente nel gennaio 1969, lo volle come Consigliere per la Sicurezza. Fu stregato dalla sua conoscenza della strategia nucleare (con il capolavoro “Nuclear Weapons and Foreign Policy” pubblicato nel 1957) e dalla sua raffinata consapevolezza di diversi popoli e culture.

Come ricordano gli storici, Kissinger riusciva a coniugare un retroterra culturale marcatamente europeo all’attitudine pragmatica e dominatrice tipica degli states.

Una duplice sensibilità che aveva stregato Nixon.

I due divennero inseparabili collaboratori, emblemi di una nuova politica estera statunitense, caratterizzata da intenso cinismo e pragmatismo machiavellico.

La concretezza della nuova dottrina Nixon-Kissinger si ebbe soprattutto in politica estera, dove gli States avevano visto un ridimensionamento e intenso logoramento a causa dei fallimenti nel Vietnam. Per la nuova amministrazione repubblicana gli States avrebbero raggiunto il proprio apogeo attraverso il realismo, che doveva trascendere ogni forma di semplice idealismo morale. Fu chiaro, fin dall’insediamento di Nixon e dalla scelta di Kissinger che non c’era più spazio per la “New Wave” incarnata dalla presidenza Kennedy e dai suoi eredi.

Divenuto Segretario di Stato nel settembre del 1973 a Kissinger sono imputabili le intense relazioni con la Cina, che valsero un disgelo epocale nei rapporti fra il Dragone di Mao e Washington.

Relazioni che diedero inizio ad un mondo multipolare e che permisero a Nixon nel 1972 uno storico viaggio a Pechino che scatenò l’ira sovietica ed i timori nipponici.

Dopo anni di conflitto logorante, Kissinger fu la mente del processo di “vietnamizzazione” per un disimpegno sostenibile economicamente e militarmente e che fosse funzionale a preservare il volto di superpotenza americana agli occhi del mondo, sbigottito dalla resistenza degli avversari, in uno scenario da “Davide contro Golia”.

Kissinger portò avanti le trattative degli accordi di Parigi che portarono alla fine della guerra in Vietnam ed alla storica ritirata statunitense.

Nonostante il Vietnam rimanga una ferita aperta per gli States, esorcizzata attraverso il grande schermo e numerosi capolavori di finzione (tra cui Apocalypse Now) lo statista vinse perfino il Premio Nobel per la Pace nel 1973.

Nell’ultimo periodo di Presidenza Nixon, estremamente controverso (ma senza prove ufficiali sul coinvolgimento legato ai colpi di stato) rimane l’appoggio dello stesso Kissinger alle dittature sudamericane, tra cui svetta quella di Pinochet in Cile, geopoliticamente funzionale al disegno di un’America Latina priva di qualsiasi contaminazione ideologica con il nemico comunista.

Oggetto di dibattito è ancora oggi il rapporto di odi et amo con Israele, con cui Kissinger negoziò la fine della guerra dello Yom Kippur, rimanendo per anni un estimatore del Presidente egiziano Sadat. Stima che gli sarebbe costata aspre contestazioni da parte delle comunità ebraiche negli Stati Uniti.

Con lo scandalo Watergate e la disfatta elettorale di Gerald Ford terminò l’epopea politica di Kissinger, che continuò ad essere un influente consigliere ombra di numerosi tra i futuri presidenti repubblicani.

Alla veneranda età di cento anni, ribattezzabili come il secolo di Kissinger, l’ex Segretario di Stato americano continua a dispensare lezioni di strategia e politica internazionale, scrivendo libri su leadership e ordini mondiali.

All’Economist ha predetto che una terza guerra mondiale scoppierà entro dieci anni se Usa e Cina non troveranno una soluzione comune al problema Taiwan, primo banco di prova di una rivalità con numerose ramificazioni, ma il mondo dovrà riconoscere nel grande nemico comune ogni forma di intelligenza artificiale.

Un’analisi molto profonda e che si pone in antitesi rispetto a quell’ala del partito repubblicano che vede nelle distopie di Elon Musk la chiave di volta del futuro.

Una cosa è certa, lo scacchiere geopolitico del presente necessiterebbe di un Metternich, di un Bismarck e non smette di avere bisogno di un Kissinger.