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Publio Cornelio Scipione l’Africano il vincitore di Zama, l’uomo che sconfisse Cartagine, l’ultima speranza di una Roma in ginocchio, fu un eccellente generale, un grande condottiero, ma non fu mai un abilissimo politico. L’errore più grande che Scipione commise fu quello di non capire verso quale profonda crisi stava dirigendosi la tanto vituperata Res Publica. Si Scipione fu e rimase un simbolo, tanto che nonostante l’amara fine che lo attese – tanto politica quanto umana – riuscì a mantenere nella memoria collettiva il ruolo di “exempla” e in fondo di quintessenza della romanità, anche se fu sempre avversato da quel mondo conservatore degli “Optimates”  difensori ad oltranza del Mos Maiorum di cui capo indiscusso fu Marco Porcio Catone, il Censore, quel “Cato Maior senectute” di cui Cicerone ebbe a scrivere. Lo stesso Cicerone che fece di  un altro Scipione detto l’Emiliano – il distruttore di Cartagine – il protagonista di quel De Republica che poneva le basi di una lucida analisi sulla crisi repubblicana. 

Ad essere fatale per Roma fu il passaggio dalla Repubblica peninsulare a quella imperiale, costantemente in crescita, con dimensioni tali da mettere in discussione quelle istituzioni lodate da Polibio come perfetta forma di governo. La Repubblica cresceva, la società di Roma mutava, ma le istituzioni restavano immobili, estranee al cambiamento convinte della loro immutabilità. Ma in politica nulla è eterno, immutabile, perenne, ma tutto è soggetto al tempo, alle trasformazioni. Scipione non colse, oppure non seppe agire, ma al contrario restò vittima del più contemporaneo degli intrighi politici, una macchinazione politico- giudiziaria nella quale venne annientata l’immagine stessa del salvatore di Roma. 

Oggi la nostra Repubblica compie 77 anni, un traguardo importante che rischia però di passare senza analizzare il vero elemento problematico, la necessità di una riforma che rigeneri quelle istituzioni sempre più appannate dal tempo e sopratutto dalla sua farraginosità. La Repubblica non è un istituto mistico, al contrario “la Repubblica è la cosa del popolo”  e come tale soggetta a molte delle trasformazioni storiche che attraversano quella che alla fine, sempre per dirla con le parole di Cicerone è “l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento”, non può rimanere inerte dinanzi alla necessità di essere rigenerata, mantenendo viva l’essenza stessa dello spirito repubblicano. 

La nostra storia istituzionale è forse una delle più ingessate e tormentate dal ribaltamento politico che vede nelle forze conservatrici la volontà riformatrice, e in quelle progressiste in maggioranza un’estrema difesa dello status quo. 

Per questo appare evidente che la stagione politica in corso  rappresenti l’ultima speranza per poter apporre una riforma netta delle istituzioni repubblicane, partendo dalla eleggibilità di tutte le cariche , partendo proprio dal vertice, attraverso una riforma in senso semipresidenziale e non invece come prende corpo nelle utilme ora un premierato che rischierebbe di essere l’ennesimo compromesso al ribasso. 

Una rigenerazione totale non può avvenire con mezzi passi, o tentennamenti, ma deve essere compiuta con l’assoluta volontà di incidere con vigore su quella che è una condizione di crisi del sistema. Di qui anche il valzer delle leggi elettorali deve essere definito in maniera chiara, ed in linea con quella definizione della Consulta che definisce “ il rapporto fra elettore ed eletto” che oggi eccezion fatta per le elezioni amministrative e regionali è praticamente inesistente. 

Sono tanti gli elementi che si fondendosi hanno provocato una lenta ma inesorabile parabola discendente delle nostre istituzioni e sopratutto di quel rapporto fra cittadini e politica che si traduce inevitabilmente nella visione che i cittadini hanno verso le istituzioni. 

Dal percorso iniziato in questa legislatura dipenderà tanto, e sopratutto ora deve manifestarsi una certa maturità della classe politica, nel capire la necessità della riforma. Già un passo importante è stato compiuto nella volontà di superare la legge Delrio, riportato le Provincie ad essere quell’ente necessario e di prossimità che ha rappresentato un punto di riferimento importante per cittadini e amministratori comunali e che ad oggi è un ente con elezione indiretta – scandalo democratico – e privo del minimo delle risorse necessarie per la propria sopravvivenza. 

Il tempo dimostrerà se alle intenzioni seguiranno i fatti, e se alla volontà riformatrice del governo e di una parte dell’opposizione seguiranno o meno le solite pretestuose barricate di chi preferisce vegliare il moribondo piuttosto che adoperarsi per salvarne la vita.