Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

È stato il Presidente del Consiglio dei ministri più longevo della storia repubblicana, un visionario capace di plasmare l’Italia e di adattarla alle trasformazioni del nuovo millennio, incarnandone vizi e virtù.

Silvio Berlusconi, spentosi all’età di 86 anni, è stato il caposaldo ideale e politico della Seconda Repubblica. Da leader e Presidente ha dedicato gran parte della sua instancabile attività agli snodi fondamentali dello scacchiere geopolitico, consolidando il ruolo dell’Italia tra i grandi del mondo.

Un piano strategico che intreccia legami diplomatici, intese cordiali divenute amicizie fraterne capaci di trascendere perfino la stessa politica.

Un percorso che si articola in diverse tappe ma che vede il 2002 come l’anno chiave in cui Berlusconi fu l’artefice di un capolavoro diplomatico senza eguali.

Nella base dell’aeronautica Militare a Roma mise idealmente fine a più di mezzo secolo di Guerra Fredda, portando allo stesso tavolo G. W. Bush e Vladimir Putin.

Hanno fatto storia le immagini della stretta di mano dei tre, con Berlusconi ed il suo smagliante sorriso che fanno da garanti all’abbraccio fra i volti delle due sfere contrapposte nel giogo del terrore nella seconda metà del ‘900: la Federazione Russa nata dalle ceneri dell’URSS e la nuova America di Bush, rinvigorita dallo spirito nazionalista e patriottico all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Fu la mediazione del “Cav”, la lotta comune al terrorismo, la volontà di cementare un futuro di pace e le iniziali aspirazioni occidentali russe a portare allo stesso tavolo due antichi nemici.

L’amicizia di Berlusconi con Putin e Bush proiettò la Russia verso il blocco dell’ovest e verso la NATO, per una grande Eurasia unita da obiettivi comuni ed a trazione atlantista. 

Delle prospettive presto smentite e divenute pericolose illusioni a causa delle sortite belliche di Putin in Georgia prima e in Ucraina poi.

Nonostante la fraterna amicizia con Putin, che ha dedicato allo statista italiano parole al miele nel giorno della sua scomparsa, uno dei capisaldi ideali della politica estera di Berlusconi è sempre stato l’atlantismo, mai messo in dubbio dagli accordi economici siglati con Mosca o dalle frequenti visite del Presidente russo in Italia e viceversa (le foto tra colbacco e sortite in montagna sono divenute storiche negli annali).

Nato sotto l’impeto e gli orrori delle bombe e vissuta la guerra civile per la liberazione dell’Italia, il Cavaliere non ha mai nascosto la propria devozione agli States e simpatia per l’anglosfera (grazie all’amicizia personale con Tony Blair), da cui sarebbe derivata anche la prima scelta elettorale per lo scudo crociato della DC, di cui un giovanissimo Silvio Berlusconi appendeva manifesti nelle strade milanesi scampando alle sfuriate dei comunisti locali (una storia che il Presidente ha raccontato spesso nei suoi interventi pubblici).

L’Italia sarebbe così stata al fianco degli USA nelle operazioni militari in Iraq e Afghanistan, una scelta di campo che avrebbe permesso a Berlusconi di essere accolto con fervore e onori al Congresso degli Stati Uniti, ricevendo una standing ovation bipartisan dedicata a pochi uomini politici nel ventunesimo secoloe, soprattutto, un invito privato nell’esclusivo ranch di Crawford in Texas, tempio locale del potere della dinastia Bush, ai tempi di G. W. e sua moglie Laura.

Oltre allo spirito di Pratica di Mare e devozione all’atlantismo Berlusconi ha sempre considerato l’Italia come la chiave di volta delle politiche che avrebbero unito le due sponde del Mediterraneo.

Per storia e tradizione, lo stivale rappresenta “la sliding doors” dei traffici tra Occidente e Oriente. A ciò si dovette l’avvicinamento diplomatico all’Egitto di Arafat, quello deciso ad Israele ed il profondo legame con Erdogan e la Turchia che ancora oggi, nonostante alcune ambiguità, ha rinsaldato la propria vicinanza alla NATO in modo decisivo.

A coronare l’intenso sforzo per il consolidamento italiano sulle sponde del “mare nostrum” il rapporto sincretico con Tripoli.

La storia degli italiani in Libia è plurisecolare, ma a rinsaldarla ci avrebbe pensato proprio Berlusconi grazie al profondo legame che lo ha unito a Muammar Gheddafi, l’ultimo Rais libico capace, seppur con un modello autoritario, di tenere unite le antiche province della Tripolitania e Cirenaica, con il paese nordafricanoprincipale partner dell’Italia per accordi di approvvigionamento energico, economico e di freno all’immigrazione irregolare, temi tornati prepotentemente alla ribalta nel presente e che confermano la lungimiranza berlusconiana.

Un’amicizia che sfociò nell’istrionica visita del leader libico a Roma nel 2010 tra le splendide amazzoni, i cavalli e la gigantesca tenda che fece montare per festeggiare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra i due paesi, uniti in modo viscerale da una profonda affinità e comunità d’intenti.

Una posizione che avrebbe irritato l’asse franco-tedesca degli amici-nemici Merkel e Sarkozy, decisivi per la caduta di Berlusconi, già indebolito sul fronte interno per la galoppante crisi economica e le divisioni in seno al centrodestra italiano. L’asse Berlino-Parigi non vedeva di buon occhio la predominanza dell’Italia in un’area geografica da sempre e per tradizione coloniale legata alla Francia.

L’incapacità di opporsi alla dolorosa e disastrosa operazione militare in Libia, capeggiata sempre da Germania, Usa e Francia e che avrebbe portato alla cattura e uccisione di Gheddafi sarebbe stato il primo, emblematico tassello della crisi del berlusconismo in politica estera.

Ciò nonostante, il berlusconismo estero è sempre stato caratterizzato da uno spirito costruttivo e leale, animato dalla verve e capacità di tessere rapporti che unissero gli aspetti rigidi della formalità diplomatica a quelli più informali e sinceri, comprensivi anche di battute sagaci e humor nero.

Berlusconi ha reiventano un protocollo, trasformando l’Italia e restituendole prestigio in Europa e nel mondo ed è folle pensare che qualcuno ricordi la sua politica estera solo per le benigne battute dedicate a colleghi ed avversari.

Il Cavaliere, momenti da showman a parte, rimane ancora oggi l’unico leader del mondo ad aver presieduto nel proprio paese tre vertici tra G7 e G8, con il più toccante tra le rovine e le macerie dell’Aquila distrutta dal terribile terremoto nel 2009.

In quell’occasione Berlusconi volle dimostrare ai grandi del mondo lo straordinario coraggio del popolo italiano nel reagire al dolore ed alla tragedia, lo stesso rievocato nello storico discorso del 25 aprile 2009 ad Onna. Un discorso di libertà ed onore, per ricucire le fratture in nome del pluralismo.

Nel giorno della sua morte i principali quotidiano stranieri ricordano il Presidente Berlusconi con un filone di pensiero comune, evocandone i successi in ogni campo e ricordando la sua capacità di creare un rapporto empatico con la maggior parte dei suoi omologhi, perfino quelli che nell’ottobre 2011 ne favorirono la rovinosa caduta nonostante facessero parte della stessa grande famiglia europea, il Partito Popolare.

Con la Merkel la pace fu siglata idealmente nel 2021, con la fine della carriera politica della storica Cancelliera di ferro, mentre Sarkozy è stato condannato in appello nel maggio scorso a 3 anni di carcere nell’ambito dello scandalo delle intercettazioni “Bismuth”. Con Berlusconi assolto in numerose delle sue odissee giudiziarie potremmo parlare di un brutale ravviso del sarcasmokarmico per l’ex presidente “gollista”.

Da Pratica di Mare all’Italia fulcro del Mediterraneo, dai rapporti con Ankara fino all’apertura all’integrazione europea nei tormentati Balcani, Berlusconi è stato capace, attraverso una rete di fitte amicizie e rapporti personali di stima e cooperazione, di scrivere alcune tra le pagine più importanti di politica estera del nostro paese, con in primis il sogno di un’integrazione europea che comprendesse il gigante russo. Una visione fallita e che in tempi di guerra rende ancora più difficile guardare le immagini di Bush e Putin nel 2002.

A chi lo contesta e prova a rievocare interessi personali e casi fortuiti nel perseguimento della propria geopolitica si potrebbe rispondere infine con una celere frase di Silvio Berlusconi: “Non perdo tempo a smentire sciocchezze. Anzi, proporrò una tassa sulle chiacchere”, probabilmente l’unica reale tassazione di cui avrebbe bisogno il nostro paese.