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Essere catastrofisti non è mai un bene, sottovalutare un fenomeno è un errore fatale. Lo insegna la storia, e quello che vediamo oggi nel cuore dell’Europa è un primo significativo campanello d’allarme che non può essere sottovalutato. Che la Francia fosse il paese più esposto ad un simile rischio lo si sapeva, non è la prima rivolta, non sarà l’ultima, e la sua gestione dell’immigrazione dalle ex colonie in Africa non è mai stata un modello di inclusività. Non è un caso però che proprio in Francia la sproporzione etnica sia tale da provocare sommovimenti in misura da costringere un paese a vivere praticamente sotto assedio. Chi paga le rivolte è la povera gente, i lavoratori, i commercianti, i proprietari della auto distrutte, purtroppo le solite vittime note. Così come tutte le responsabilità saranno attribuite alla fine alla Polizia francese – come accade ovunque – perché le vittime sopratutto se appartenenti alle minoranze e di giovane età sono martiri comodi da utilizzare per colpire i tutori dell’ordine. 

Scena abituati negli Stati Uniti, ma anche nel nostro paese, dove la sinistra armigera contro le forze dell’ordine è sempre pronta a gridare all’odio razziale, alla violenza gratuita, il solito repertorio. Chi fosse la vittima poco importa, e non è necessario approfondire la dinamica dei fatti, perché le verità da servire all’opinione pubblica è semplice: è morto un giovane, un emarginato di una minoranza. Di li giù a dar voce ai soliti attivisti e alle solite penne che odiano la “legge e l’ordine”, solidarizzano con la feccia teppista, e invocano la stretta sulla Polizia. 

Ma ciò che conta oggi è la gravita di quanto sta accadendo, la violenza che emerge di ora in ora, e sopratutto la prepotenza delle minoranze, che poi minoranze non sono. Il fallimento della politiche di integrazione, l’evidente nullità di tutta la retorica multiculturalista, e le degenerazioni che da essa ne conseguono. Quest’estate a Bruxelles era bastata una partita di calcio per scatenare l’inferno per le strade, oggi la morte di un ragazzo minorenne ( 17 anni) che non si è fermato all’alt della Polizia, alla guida di un veicolo, non era la prima volta, ha accesso l’ennesima protesta che da quasi una settimana sta tenendo sotto scacco la Francia. 

Affrontare queste tematiche, accade spesso e solo dinanzi all’emergenza, è relativamente impossibile, perché presume il rifiuto della dottrina della tolleranza, dell’integrazione – che poi non è – e di un modello che l’Europa ha accettato quasi fosse necessario. La Francia ha le sue colpe nazionali, il Belgio le sue, ma anche noi dobbiamo essere guardinghi, evitando le ghettizzazioni e l’immigrazione incontrollata che è foriera di gravi sproporzioni fra la popolazione. 

Dobbiamo guardare con sdegno ai fautori della  “sostituzione etnica “ parola infelice, ma veritiera, proposta da molti intellettuali e politici di sinistra per le aree scarsamente popolate del sud, vi ricorda qualcosa? 

La verità è fredda, lucida, e poco consolatoria, quello che suona è un campanello d’allarme, dobbiamo ricordarcene anche quando le rivolte saranno sedate. Dovremo ricordarcene quando i soliti profeti della “non violenza” si lanceranno nelle loro interminabili battaglie contro le misure di sicurezza. Prevenire è meglio che reprimere, lo ha capito la Francia, forse, lo abbiamo capito anche noi ? Vedremo!

Foto: Le Figarò