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La Francia brucia, divorata dal multiculturalismo che da segno distintivo è divenuto brevi tempore un giogo esasperante ed un’arma politica estremamente rischiosa.

Nel paese che fu di Napoleone e De Gaulle una lunga scia di sangue cominciata nel 2015 faceva crollare per la prima volta il velo delle ipocrisie.

Le mattanze nella redazione di Charlie Hebdo, la notte di terrore di Parigi ed il lungomare di sangue di Nizza avevano fatto piombare la Francia nell’incubo, legandola al Belgio nel triste primato di capitale europea del terrorismo islamico.

Un radicalismo strisciante e nascosto dietro fitte reti di simpatizzanti e fiancheggiatori, gli stessi che nelle banlieues hanno eretto un muro contro ogni contaminazione occidentale, alimentando il fenomeno delle “no-entry zone”, in cui la legge locale è stata soppianta da quella islamica della sharia sotto il controllo di inflessibili imam.

Il primo ad opporsi era stato Sarkozy nel 2005, meritandosi appellativi poco generosi da parte delle opposizioni.

Le rivolte dei primi anni 2000, culminate con scontri a fuoco di rara violenza tra polizia e milizie islamiche, sono state sviscerate criticamente perfino da pensatori progressisti, su tutti Slavoj Zizekche le definisce un connubio tra irrazionalità e populismo, delle proteste fini a sé stesse e che ricalcano quella Violenza Divina teorizzata da Benjamin. Una furia distruttrice senza alcun movente se non quello di essere intrinsecamente tale, oscurando qualsiasi razionalità.

Per comprendere il dramma francese bisogna capire e analizzare l’importanza del fattore migrazioni per il popolo transalpino.

La situazione migratoria francese ha conosciuto infatti diverse fasi.

Nella prima metà del ‘900 la maggior parte degli immigrati provenivano da Italia e Polonia (complici gli ottimi rapporti diplomatici e accordi economici tra i paesi) ma nel dopoguerra, il nuovo ordine mondiale ha contribuito a cementare i primi drammi.

Le comunità europee sono state soppiantate da una massiccia immigrazione dalla riva settentrionale dell’Africa.

Nello specifico da Algeria, Marocco e Tunisia, una triade post-coloniale che ha vissuto l’integrazione in modo difficoltoso e spesso violento, per motivi culturali e religiosi.

Molti analisti hanno infatti paragonato i tumulti, saccheggi e scorribande del giugno-luglio 2023 alle violenze che giunsero perfino sul suolo metropolitano francese durante la guerra in Algeria. 

Ma se in quel caso la classe dirigente politica transalpina seppe richiamare al potete De Gaulle, oggi Macron sembra sempre più in difficoltà.

Il ministro Laurence Boone nell’ottobre 2022 aveva affermato lapidaria che il suo paese avrebbe “vigilato sui diritti umani” e sull’operato del governo italiano di Giorgia Meloni. Nobile intento che appare quasi grottesco considerato che i diritti umani e delle minoranze sono spesso incompatibili con la legge islamica e la forma mentis di molti abitanti delle stesse banlieues francesi.

Un connubio ossimorico che le destre definiscono “islamogauchisme” e che vede nel boom elettorale di Jean-Luc Mélenchon la sua più “sinistra” realizzazione.

Appare quindi lapalissiano come il progetto multiculturale francese sia fallimentare quanto utopistico.

Le politiche di integrazione sono spesso state alla base di dissidi e divisioni che hanno gravato soprattutto sulle classi sociali più deboli e in difficoltà delle zone suburbane e aree rurali, i vinti di una globalizzazione dai lati oscuri e che vedono nelle teorie del “Grand Replacement” uno spauracchio per il futuro.

D’altro canto, coloro che avrebbero dovuto integrarsi sono spesso insofferenti all’autorità occidentale, creano enclavi che si nutrono di violenze e criminalità, guardando con odio e rancore i vicini.

Le “no-entry zone”, le periferie e le banlieues non smetteranno di bruciare se la Francia metterà al bando i videogiochi “sparatutto” come affermato da Macron o se Kylian Mbappè continuerà a twittare tra un’indiscrezione di calciomercato e l’altra.

Il motivo per cui la Francia brucia è divenuto taboo. Nella furia di un vero e proprio scontro di civiltà gli unici ad aver avuto la forza di reagire culturalmente sono stati gli intellettuali.

Se Marine Le Pen ha da una parte perso terreno sul fronte migrazioni, dall’altra Zemmour ne ha fatto un cardine della propria campagna elettorale, in nome del motto “Legge e Ordine”. 

Un campo minato che gli è valso dal fronte progressista l’appellativo di pensatore xenofobo e razzista ma che oggi meriterebbe l’appellativo di “Cassandra” del nostro tempo.

Oltre al leader di Reconquete! ed il suo bestseller “Il Suicidio Francese”, altri libri hanno profetizzato la discesa nel baratro della Francia, su tutti “Sottomissione” di Michel Houellebecq, in cui l’autore descrive un futuro distopico in cui un Partito Islamico radicale riesce a vincere le elezioni Presidenziali.

Macabra coincidenza o ravviso del sarcasmo vollero che il libro fosse pubblicato proprio il giorno degli attentati alla sede di Charlie Hebdo, portando le autorità a scortare momentaneamente l’autore fuori dal paese.

Tra media benevoli, partiti conservatori brutalmente ghettizzati dialetticamente sul tema e un Paese in fiamme la Francia si riscopre divisa e lacerata.

Fratture ideali e identitarie di difficile risoluzione che hanno trasformato la Grandeur in una “Bassesse” senza eguali.