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Overgreen. L’altra faccia della rivoluzione verde è l’ultima fatica di Salvatore Di Bartolo, giornalista, docente del dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari della Federiciana Università Popolare e opinionista in radio e tv. L’abbiamo raggiunto per parlare insieme a lui del suo ultimo libro, che mette a fuoco le conseguenze dell’ambientalismo ideologico che pervade le stanze di Bruxelles.

Innanzitutto, grazie Salvatore per aver deciso di presentare il tuo libro qui, tra le pagine di Nazione Futura. È l’occasione, la tua ultima pubblicazione, di ragione e meditare su quelle che saranno le conseguenze delle politiche ambientali che l’Unione Europea sta portando avanti da ormai diversi anni. Il tema è ormai divenuto di stretta attualità anche perché – negli ultimi anni – senza dubbio i media europei e sempre più parti d’Europa sostengono, senza se e senza ma, questa modalità di transizione ecologica. In nome dell’ambientalismo, una buona parte delle misure previste sembrano essere indirizzate all’abbattimento dell’economia e dell’industria del Vecchio Continente. Senza svelare il nucleo centrale del tuo libro, credi ci sia una soluzione ai problemi che si verranno a creare in nome dell’ambientalismo?

È necessario rivedere tutta la programmazione delle politiche ambientali europee. Quest’ultime non tengono conto delle particolarità dei paesi membri né delle tempistiche che la transizione ecologica realmente richiede. L’UE si sta muovendo in maniera miope. I rischi sono notevoli per tutta l’Europa, ma l’economia italiana è una di quelle che potrebbe soffrire gli effetti più nefasti. Parliamo tanto di sostenibilità ambientale senza però mai coniugarla alla sostenibilità economica. E aggiungo che, quando parlo di sostenibilità economica, penso anche a tutto quell’insieme di valori e tradizioni che verrebbero gradualmente alienati.

Ad esempio, l’automotive è uno dei settori più colpiti da queste politiche ambientali. Non a caso apri il tuo libro proprio concentrandoti su questo settore. Quali sono, a tuo avviso, i rischi che affronteranno produttori e consumatori?

Io direi che innanzitutto dobbiamo ricordarci che quando parliamo di automotive parliamo non solo dei grandi produttori ma anche di tutto l’indotto di migliaia e migliaia di addetti. Questo, ahimè, spesso i sostenitori dell’ambientalismo cieco non lo ricordano. Nel libro, poi, evidenzio che rischiamo di asservirci alla Cina, non solo perché l’Ue non ha a disposizione quei metalli necessari per costruire le batterie elettriche, ma anche perché i paesi che li detengono sono fortemente influenzati dalla Pechino. Anche lo smaltimento è ora come ora un procedimento molto sofisticato che i paesi europei non hanno le capacità di affrontare. Il terzo problema è costituito dal rischio di una disoccupazione in crescita in tutta Europa, dove le piccole e medie aziende rischiano di essere fatte…llll fuori da questa transizione. Direi che è sufficiente questo scenario per frenare la linea politica targata Timmermans, no?

Insomma, mi stai dicendo che il “gretinismo”, come scrivi tu, sta colpendo tutto senza esitare. Se ci pensiamo, effettivamente, ha colpito anche il bene primario di ciascun cittadino, vale a dire la casa. Anche qui sembra che l’Italia sia uno dei paesi che maggiormente subirà le conseguenze negative, però alcuni potrebbero considerare la politica delle “case green” come l’unico e possibile impulso all’efficientamento energetico. C’è una via di mezzo?

Dobbiamo chiaramente perseguire l’efficientamento energetico, però bisogna rivedere le tempistiche e le modalità degli interventi previsti dall’UE. Ad esempio, il 74% degli immobili italiani rientra tra gli immobili da efficientare. Tra i 35 mila e 60 mila euro è la somma che ciascun italiano dovrà spendere per attuare questi interventi. Mentre nel Nord Europa i costi per i cittadini sarebbero ridottissimi per abitudine diverse dalle nostre. Come si può quindi chiedere ai cittadini italiani chiedere tali sacrifici? Anche qui l’Italia sarebbe tra i paesi più svantaggiati.

E, inoltre, nel tuo libro non dimentichi di affrontare giustamente il tema legato ai “nuovi cibi”. Carne sintetica, insetti, farina di grilli… l’ambientalismo è arrivato anche sulle nostre tavole. L’UE ancora una volta sembra aiutare i grandi investitori internazionali a discapito dei piccoli produttori locali, spina dorsale dell’economia europea, soprattutto di quella nostrana. Verso quale mondo produttivo stiamo andando?

L’attacco proveniente da queste direttive europee, come ben hai rappresentato in questa domanda, è un attacco alle nostre eccellenze e peculiarità. Ad esempio, quanti turisti vengono in Italia per i nostri cibi? E non parliamo dell’export e delle sofferenze che patirebbe. I formaggi italiani, ad esempio, verrebbero fortemente danneggiati dal Nutriscore perché le nostre eccellenze verrebbero classificate tra quelle peggiori. In quest’ultimo caso il problema è dato dal fatto che si considera solo la quantità consumata e i grassi presenti su cento grammi. I vini italiani, ad esempio, già in Irlanda vengono fortemente danneggiati dalle etichette che vengono applicate sulle bottiglie. Infine, i nostri allevatori vedrebbero aumentare sempre più le difficoltà che già ogni giorno hanno innanzi a loro qualora le carni sintetiche entrassero nel nostro mercato.

Chiudiamo, almeno, con un auspicio per il futuro Salvatore. Le elezioni europee si terranno l’anno prossimo e i pronostici sono favorevoli al formato della coalizione politica che guida, ad esempio, il nostro Paese. In tema di ambiente però lo stesso Partito popolare ha voltato le spalle ai cittadini in questi anni. Allo stesso tempo nell’ultimo periodo si verificano convergenze tra i conservatori e i popolari. Quali saranno, secondo te, i possibili risvolti di una coalizione europea a trazione popolari e conservatori?

Permettimi Jacopo, però, di rivolgermi ai vostri lettori – prima di rispondere più specificatamente alla tua domanda – facendo loro l’invito di recarsi alle urne in massa in occasione dell’elezioni europee. Saranno cruciali per il futuro di tutto il nostro Paese. Passo ora a risponderti: non dimentichiamo innanzitutto che la linea politica dell’attuale Commissione è in antitesi rispetto a tutti gli altri player internazionali, soprattutto a quelli in via di sviluppo. I conservatori sicuramente possono rappresentare non solo un argine a questo ambientalismo, ma anche un freno definitivo battendosi fin dall’inizio della prossima campagna elettorale. Quindi, la mia speranza, sì, ricade fortemente in una nuova coalizione politica alla guida della Commissione europea, dove i popolari e i conservatori la facciano da padrone.