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Quest’oggi, finalmente, l’Italia renderà giustizia alle persone scomparse a causa della brutalità dell’Unione Sovietica. Solo una parte di esse, chiaramente. Questa parte è costituita in tal caso dalla tragedia dell’Holodomor. Un nome che al meglio rende coscienti di ciò che è avvenuto, ossia l’aver volutamente fatto morire milioni di ucraini per fame conseguentemente ad una terribile (e programmata) carestia.

Il tutto comincia alla fine degli anni venti, quando Stalin decide di trasformare sempre di più l’economia sovietica, rendendola un’economia industriale e meno dipendente dal settore agricolo. Ciò significava dover statalizzare i terreni presenti nel territorio sovietico, toglierli dalle mani dei singoli proprietari e metterli tutti sotto il controllo dello Stato. L’Ucraina, a differenza di altri territori che componevano l’URSS, era caratterizzata da un mercato agricolo basato su piccoli proprietari terrieri (i cosiddetti kulaki), che rendevano il territorio ucraino un vero e proprio granaio per l’Europa orientale e la stessa Unione Sovietica. Certamente i kulaki non rimasero a guardare e decisero di difendersi, talvolta anche armandosi, in seguito alle nuove politiche collettivistiche volute da Stalin. Contro di loro la violenza e la repressione comunista non si fecero attendere, dato l’obiettivo di eliminare le popolazioni che non volevano sottostare ai diktat di Mosca.

Stalin reagì alle proteste dei kulaki deportandoli, insieme alle loro famiglie, nei gulag siberiani. Si contano circa due milioni di contadini ucraini deportati tra il 1930 e il 1931. Questo, insieme a fenomeni naturali svantaggiosi, causò una forte riduzione della produzione agricola, ma nonostante ciò gli obiettivi del Partito Comunista per il 1932 fissarono un livello di produzione agricola attesa al di fuori di ogni obiettivo seriamente raggiungibile. Tutto ciò causò carenze e carestie in tante e diverse aree da dove i contadini decisero di partire per cercare fortuna altrove. La risposta sovietica fu l’introduzione di misure repressive nei confronti di chi decideva di spostarsi in altri territori, affinché gli ucraini e gli abitanti del Caucaso settentrionale fossero sostanzialmente obbligati a morire di fame nelle loro terre ormai improduttive.

Le stime sul numero di morti son sempre state difficili da eseguire correttamente. Non si può contare solamente coloro che in quei primi anni ’30 morirono a causa della carestia, ma nel conteggio totale è necessario considerare, ad esempio, tutte le mancate nascite dovute alla diminuzione della fertilità diffusa tra tutta la popolazione di quei territori. Alcuni calcolano circa tra i cinque e i sette milioni le persone morte a causa della brutalità sovietica. L’Italia, seppur in ritardo, considera questa carneficina giustamente un genocidio. Un piccolo passo, ma significativo, nella direzione di rendere giustizia ai morti perpretrati dal comunismo e dall’Unione Sovietica.