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Trent’anni fa finiva l’epopea della Democrazia Cristiana, partito di governo italiano per eccellenza, martoriato dallo scandalo Tangentopoli che pose fine a mezzo secolo di storia primo-repubblicana.

Tuttavia, l’eredità culturale e politica della Balena Bianca non finì il 26 luglio 1993 e non accenna a spirare perfino nell’immaginario collettivo comune.

Lo “Scudo crociato” ha troneggiato nei consigli dei ministri ininterrottamente dal 1944 al 1994, è sempre risultato primo partito (fatta eccezione per le europee del 1984 in cui prevalse il PCI sull’onda emotiva della scomparsa di Berlinguer) alle consultazioni elettorali ed ha espresso alcuni degli statisti più illustri della storia politica italiana tra cui Andreotti, Moro, Scalfaro, Forlani e Cossiga.

Era il 1943 quando molti notabili membri dell’ex partito popolare di don Luigi Sturzo cominciarono a riunirsi in clandestinità, considerando ormai imminente la caduta del regime in un’Italia spaccata in due.

Alla fine del conflitto, gli eredi del partito popolare e membri della “resistenza bianca” divennero la Democrazia Cristiana, un’intuizione di Alcide De Gasperi che voleva creare un movimento di massa che non fosse limitato alle sfere del clero e della Chiesa, ma che ricreasse un equilibrio all’interno di una società civile dilaniata dalla guerra.

Con le ombre del comunismo che si stagliavano sul Belpaese la Democrazia Cristiana, forte dell’appoggio non solo ideale degli Stati Uniti, garantì all’alleato a stelle e strisce il posizionamento geopolitico dell’Italia nello scacchiere occidentale e atlantista.

Da lì, sulle macerie di un Paese in ginocchio, sarebbe cominciata la parabola che avrebbe visto il partito della Balena bianca prima vicino all’MSI con Fernando Tambroni protagonista ed oggetto delle proteste di piazza del 1960, fino all’alleanza con i socialisti di Nenni ad opera di Moro e Fanfani, il fallito compromesso storico con il PCI che costò la vita allo stesso Moro e la fase terminale del Pentapartito.

Dopo la caduta, la Balena Bianca si smembrò: da una parte il Partito Popolare Italiano, con un ritorno alle origini di Mino Martinazzoli che vide il movimento più vicino alla sinistra progressista e rientrò nella coalizione dell’Ulivo di Prodi, dall’altra il Centro Cristiano Democratico di Mastella e Casini che ottenne maggior fortuna dal dicembre 2002, quando confluì nell’UDC e nella coalizione di centro-destra guidata da Forza Italia.

Proprio Berlusconi fu infatti capace di intercettare il voto centrista e conservatore, scendendo in campo e colmando quel vuoto politico che la DC aveva lasciato, riaffermando valori quali il popolarismo conservatore e il cristianesimo democratico.

A trent’anni dalla fine della storia politica della Democrazia Cristiana perfino il simbolo è oggetto di contesa tra micropartiti e movimenti minori.

Alle elezioni del 2022 sono state decine le varianti dello scudo crociato presentate per la corsa elettorale, molte delle quali modificate in modo pittoresco e respinte.

Al centro, dopo la fine del partito di De Gasperi, mai più nessuno è riuscito ad intercettare un naturale elettorato che non fosse volubile e umorale alle spinte del populismo o del partito più in forma.

La Democrazia Cristiana ebbe il pregio di unire l’Italia e tenerla salda in alcuni tra gli snodi più drammatici e importanti della sua storia, non senza critiche o ramificazioni chiaroscurali.

Dalla ripresa post-bellica e la transizione da monarchia a repubblica alle stragi, dalle proteste di piazza a quelle del Sessantotto, dalla Guerra fredda al crollo dell’URSS.

C’è chi guarda con benevolenza o nostalgia alla possibilità di una nuova formazione politica ispirata alla DC ma come avrebbe affermato Flaminio Piccoli ciò sarebbe irrealizzabile poiché “La DC non può esser quella di ieri o di ieri l’altro poiché i suoi compiti sono mutati, poiché il tipo della sua presenza è diverso”.