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President Donald Trump speaks from the South Lawn of the White House on the fourth day of the Republican National Convention, Thursday, Aug. 27, 2020, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci)

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato incriminato con l’accusa di aver voluto sovvertire l’esito delle elezioni presidenziali del 2020, da lui a più riprese contestate. I capi d’accusa sono quattro, ma il più grave è chiaramente il primo, quello che lo accusa di “aver cospirato per frodare gli Stati Uniti”. Secondo il procuratore speciale Jack Smith, Trump avrebbe ostacolato il voto del Collegio elettorale con l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio del 2021. Si tratta di un caso senza precedenti!

Nella storia americana nessun presidente, in carica o ex, era mai stato incriminato, mentre nel caso di Trump le incriminazioni sono addirittura quattro; il paradosso di queste accuse è che sono tanto gravi quanto deboli. Stupisce anche il tempismo: l’ultima incriminazione arriva ad un anno dalle presidenziali del 2024 e ad oltre due dai fatti accaduti.

Si possono certamente contestare, anche e soprattutto da destra, i modi e i metodi portati avanti nell’ultima fase della presidenza Trump nel contestare i risultati delle presidenziali, ma tutto questo deve limitarsi nell’ambito della critica politica. L’assalto al Congresso è stato una pagina buia nella storia americana che si deve condannare senza mezzi termini, ma ritenerlo un tentativo di colpo di stato pianificato e organizzato da Donald Trump supera i confini della fantapolitica per sfociare in quelli della fantascienza. 

L’ipotesi che questo sia un processo politicizzato sembra essere confermata dal fatto che Trump verrà giudicato da una giuria di Washington D.C., città storicamente Democratica, e da un giudice nominato dall’ex presidente Barack Obama. Sembrerebbe una riedizione in salsa americana di quella che è stata la recente storia d’Italia, caratterizzata da un trentennio di interferenze di una parte della magistratura schierata a sinistra nella politica. Tutto questo, inoltre, avviene in un’America divisa, lacerata al suo interno e in preda ad un forte scontro ideologico tra opposti estremisti sempre più radicali. 

Uno scenario che si radicalizzerà ancora di più in vista delle presidenziali del 2024, che molto probabilmente rivedranno un confronto tra l’ex presidente Donald Trump, che sembra essere il favorito nelle primarie del Partito Repubblicano, e il presidente in carica Joe Biden, in cerca di una riconferma. Serve poco a comprendere che, a prescindere dal vincitore della competizione elettorale, la metà degli americani che risulterà sconfitta non accetterà il responso delle urne.