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Premessa necessaria: poteva anche andare peggio. Di questi tempi, ci si deve aspettare di tutto. Gli esempi, del resto, non mancano tra Biancaneve senza più nani e principe azzurro, Lilli e il vagabondo a rischio censura, così come gli Aristogatti, Dumbo, e tante altre opere cadute sotto la mannaia del nuovo bigottismo imperante. 

Detto questo, che con Barbie si sia persa un’occasione per raccontare un mito dell’infanzia di milioni di bambine e non solo, probabilmente è un dato di fatto.

Nessuno può contestare la perfetta interpretazione di Margot Robbie e Ryan Gosling, la qualità dei costumi, degli allestimenti e della sceneggiatura in generale. L’aspetto non proprio edificante, per non dire oleografico, sta nel susseguirsi, durante i 114 minuti del film – che comunque trascorrono piacevolmente – delle solite menate obbligate offerte dalla litania contemporanea: quella del politicamente corretto.

Sarà un umile parere di chi scrive, ma le grandi opere d’arte non sono quasi mai infarcite di moralismo e spirito pedagogico. Arrendersi ai passaggi obbligati, alle cose da dire per forza, ai messaggi da veicolare per suscitare una precisa reazione in chi guarda, ascolta, o legge, suona sempre come un insulto all’arte, libera dai tabù per definizione.

Va anche aggiunto che spesso i tentativi riescono maldestri. Il film infatti, nelle parti in cui tenta di esasperare la battaglia femminista, rischia di sfociare nella misandria più becera. Il maschio è puntualmente stupido, incapace di districarsi nelle situazioni complicate, goffo e saccente al tempo stesso. Le donne invece, capaci di risolvere la situazione da sole, e di salvare il mondo dal delirio ottuso dei Ken. Il conflitto tra i generi in alcune scene è talmente esasperato da suscitare in quello femminile quantomeno sdegno e rancore nei confronti dell’altro (senza con questo voler negare i soprusi che storicamente ci sono stati, e grazie alle lotte superati). Ma qui siamo – o dovremmo essere – su un piano diverso.

Ciliegina sulla torta, non poteva mancare la parola più inflazionata del XXI secolo. Qualcuno stenta a crederci ma sì, davvero nel corso del film per ben due volte la Barbie protagonista, colpevole di essere perfetta, inarrivabile, e quindi insultante delle diversità, viene definita “fascista”. Su quest’ultimo punto non si può che stendere un velo pietoso, e sorridere sia pure amaramente per una parola che continua – in maniera proporzionale al tempo trascorso dalla sua fine – a subire un processo di perdita di significato e di sottrazione dalla propria dimensione storica, nonostante le denunce di storici, sociologi, e scienziati politici.  

Ecco perché, nonostante l’ironia di fondo, la qualità e tutto il resto, permane come una impressione di artificiosità in Barbie; una pesantezza data dall’ansia di dimostrare l’adesione ai dogmi imperanti, privando i cuori sognanti della favola per restituire ai cervelli da educare una lezione sui comportamenti da tenere, nell’illusione di fare del mondo un luogo perfetto, artificiale, al prezzo di privarlo della viva – e imperfetta – umanità.