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La politica è un arte, non è una scienza esatta e non risponde a leggi scritte e per quanto si possa pensare non può essere solo insegnata, ma di certo non è materia in cui improvvisarsi. Mai come oggi questa verità è evidente, cosi limpida da essere quasi di una semplicità puerile. Guardiamo al tema più scottante dell’agenda politica il salario minimo, quello che è il cavallo di battaglia di tutte le opposizioni, e che Giorgia Meloni ha saputo tramutare  nel loro ennesimo tallone di Achille. Si perché il Presidente del Consiglio la politica la mastica e anche molto, ma sopratutto sa usare tutte le carte istituzionali a suo favore, e senza polemiche o scontri ferrigni ha saputo prendere quello che le opposizioni credevano essere i loro ariete e renderlo una granata priva di spoletta e pronta ad esplodere nelle mani del pittoresco due comico Schlein / Conte. 

Perché in fondo l’arte della politica è anche quello di saper disarmare una potenziale arma offensiva e renderla innacqua, ma anche ricacciarla per farla esplodere dalla stessa base di lancio da cui è partita. La Meloni non solo l’ha fatto, ma ora attende di vederla esplodere fra le dilettantesche mani dei suoi oppositori. L’unico che si abilmente tirato fuori è Matteo Renzi, che di politica è maestro, sopratutto in quel gioco delle parti che richiede una certa lucidità di vedute. Renzi è l’unico a scansare i tranelli, ad evitare le mine e a saper giocare a scacchi. Il solo che ad oggi gioca la sua partita senza fare passi falsi, senza mostrare il fianco. 

Gli altri no, loro nella trappola si lanciano a trombe squillanti, impetuosi come una scolaresca in gita, come vacanzieri in piena guerra di gavettoni. Destinati a perdere e anche a prendere una certa dose di cazzotti politici. A guidare il convoglio suicida che si è frantumato sulla trovata ingegnosa del CNEL è di certo il Pd, o meglio ciò che ne resta, che per inseguire i cinquestelle sul massimalismo agostano si è buttato dal dirupo, prima nella difesa del reddito di cittadinanza inizialmente  additato come male assoluto e ora riscoperto come ricetta salvifica  per il paese, poi alla ceca sul salario minimo. Tutto dimostrando la totale assenza di una visone politica autonoma, ma al contrario scimmiottando le stesse proposte dei grillini in salsa contiana. 

Conte dalla sua cerca un ruolo in commedia che fatica a trovare da quando è stato spodestato da Palazzo Chigi, luogo in cui è stato catapultato senza saper come dalle alchimie post elettorali del 2018.  Vestendo prima i panni del sovranista, poi quelli del progressista con la stessa facilità con la quale cambia le pochette. Ma entrambi i componenti del duo hanno dimostrato la loro miopia politica, legati come sono al loro ruolo di leader senza però riuscire ad incidere con un programma alternativo al governo. 

Terza figura in campo è Carlo Calenda, gioca una partita tutta sua, fa un pò l’alternativo con Renzi con cui ormai la rottura è inevitabile, ma allo stesso tempo tiene ben saldo un piede nel campo cosiddetto largo  per non perdere terreno – pensa lui – ma senza eccedere nei toni duri del massimalismo. Come del resto dimostrano le sue dichiarazioni all’uscita dall’incontro con la Premier.  Consapevole però – speriamo per lui – che sedendosi al tavolo con il duo kamikaze rischia di condividerne la sorte. 

La carta CNEL è stato un colpo da maestro calato da Giorgia Meloni, che una sola mossa ha disinnescato l’arma delle opposizioni, spostando un tema caldo dal dibattito politico, con in relativi rischi, ad un piano istituzionale che prevede un confronto serrato con le parti sociali e gli attori istituzionali. Quindi quando il salario minimo finirà in un vicolo cieco non sarà stato il governo a cassarlo, ma bensì – sfumatura non marginale – un organo costituzionale, con il ruolo di soppesarne la fattibilità più che l’utilità. 

Così facendo le opposizioni non potranno assaltare il governo, ma si immergeranno in una estenuante campagna di logoramento istituzionale, senza un nemico cui addossare le responsabilità del loro fallimento. La politica come ogni arte è fatta di intuizioni, e quello di Giorgia Meloni è stato un colpo di autentico genio politico.