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«Le temps des combats», il titolo dell’autobiografia dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy
nella quale vengono ripercorsi anche quei travagliati mesi del 2011, con l’Europa in piena crisi
economica, la Grecia sull’orlo del default e l’Italia o, meglio, il suo primo ministro Silvio
Berlusconi nell’occhio del ciclone.
Per chi avesse analizzato la situazione con spirito critico già 12 anni fa non c’è niente di nuovo in
queste pagine: il vertice di Cannes del novembre 2011 era già stato ampiamente spiegato
ovviamente da Berlusconi in persona, dall’ex primo ministro spagnolo Zapatero, da autorevoli
giornalisti come Alan Friedman. Le pressioni internazionali, l’avversione franco-tedesca nei
confronti dell’Italia e del suo presidente del Consiglio, unitamente a quella del Colle, portarono
inesorabilmente Berlusconi a rassegnare le dimissioni pochi giorni dopo.
L’incontro descritto da Sarkozy tra lui stesso, Angela Merkel e Berlusconi fu segnato da un aspro
fronte comune con la cancelliera contro le misure del governo italiano per contrastare la crisi in
atto. Berlusconi, come ha sempre chiarito, spiegò dal canto suo quali sarebbero stati i
provvedimenti da mettere in campo e rassicurò sulla tenuta dei conti pubblici italiani. Chiaramente
il bersaglio di Francia e Germania era Berlusconi stesso. L’epilogo di questo vertice a tre fu la
richiesta di dimissioni del capo del governo italiano che vinse le elezioni nel 2008 con una
maggioranza senza precedenti. Due capi di governo stranieri che chiedono (e di fatto ottengono) le
dimissioni di un altro capo di governo regolarmente in carica è cosa da farsi sbattere fuori dall’aula
durante un esame di diritto pubblico.
Come succede sempre in questi casi e come sta succedendo in questi mesi con il governo di Giorgia
Meloni, gran parte della stampa italiana è ovviamente schierata dalla parte di chi vorrebbe pilotare il
nostro paese con il joystick quando a Palazzo Chigi siede una personalità sgradita, assecondando di
fatto le singolari volontà di Parigi e Berlino, da allora immutate. Che dire, nel 2011 l’intento riuscì
perfettamente. Dopo una manciata di ore dall’uscita di scena (che non sarebbe stata definitiva, mai
lo sarà) del Cav, iniziò a circolare il nome del professor Mario Monti, presidente dell’università
Bocconi di Milano, come suo successore alla guida dell’esecutivo. Quello che avrebbero combinato
i tecnici, “quelli bravi”, “gli adulti”, beh preferirei tralasciarlo. Tra tasse sulla proprietà
immobiliare, tassa sugli yacht e yes man della Merkel è meglio non approfondire.
Resta il fatto di fondo che dovrebbe farci riflettere ancora oggi: davvero i capi di governo di Francia
e Germania, con il gioco di sponda del Quirinale e dell’Unione europea, sono riusciti a rimuovere il
primo ministro italiano dalla guida del paese nel sostanziale silenzio generale? Davvero anche negli
anni successivi, con poche eccezioni, quasi nessuno ha mai veramente gridato allo scandalo o ad un
vero e proprio colpo di stato? Ridurre ogni dubbio o perplessità a complottismo o all’essere
catalogato come un irriducibile berlusconiano non credo sia stata la mossa migliore per dare
giustizia ad una vera e propria congiura internazionale nei confronti del nostro paese.
Amareggiato? Sì. Stupito? Certo che no.

Lorenzo Bertolazzi