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E’ una notte buia a Palermo. Una ragazza, con stato di coscienza alterato a causa dell’alcol assunto, viene trascinata da sette ragazzi in una zona isolata di Palermo, viene stuprata da più di uno dei giovani, uno dei partecipanti filma la violenza con il proprio cellulare, forse per diffonderla. In questa storia orribile è necessario usare le giuste parole per descrivere i fatti, non sono un branco, ma un gruppo di giovanissimi ragazzi che hanno violentato una ragazza di 19 anni, deumanizzandola, nei fatti e nelle parole. 

Come è possibile essere talmente violenti fino a non riconoscere nella vittima un altro essere umano? Come si può non provare nessuna emozione di pietà nei suoi confronti? Che fondamento psicologico ha l’espressione “trattare l’altro come un oggetto” fino ad arrivare a distruggerlo? Bandura (1986), ci dice che l’aver acquisito principi morali, non implica necessariamente, agire sempre in maniera corretta, a causa dell’esistenza del “disimpegno morale” ossia di meccanismi, tramite i quali l’individuo si autogiustifica, disattiva parzialmente o totalmente il controllo morale mettendosi al riparo da sentimenti di svalutazione, senso di colpa e vergogna (Bandura, 1996). In quello che è accaduto a Palermo, immagino che i ragazzi abbiamo fatto ricorso a tutto il loro disimpegno morale, per una condotta così immorale. E’ forse così che sono riusciti a renderla per loro più accettabile, tramite il ricorso a principi quali: giustificazione morale, etichettamento eufemistico, confronto con azioni peggiori, ridefinendo la responsabilità dell’azione compiuta suddividendola tra più persone, minimizzando le conseguenze delle azioni con una totale distorsione delle conseguenze, sulla vittima, ma anche sulle loro vite. 

Cosa significa deumanizzare una vittima? Significa privarla della sua dignità, parificarla ad un essere inferiore e attribuirle la colpa; è la vittima stessa ad essere ritenuta responsabile, colpevole di ciò che le accade, che subisce, e questo è quello che lascia sempre più attoniti, anche nella violenza perpetrata a Palermo. “NO”, vuol dire “NO”, anche se sussurrato, anche se detto in ultima battuta e soprattutto se detto dopo aver bevuto troppo, perchè con l’aumentare delle dosi, l’alcol ha un effetto depressogeno del Sistema Nervoso Centrale, in particolare inibisce la funzione di uno dei neurotrasmettitori eccitatori, il glutammato, rallentando così l’attività cerebrale. Gli effetti principali di questa inibizione sono proprio le alterate capacità di giudizio e l’abbassamento dei livelli di autocontrollo.

Come siamo arrivati ad una società in cui fatti di violenza così drammatici, non sono episodi eccezionali di devianza, ma cominciamo a sentirne sempre più spesso una qualche forma?  E’ terribile l’atto, è terribile il dopo, un dopo in cui i ragazzi hanno continuato a parlare di quello che avevano fatto in un modo agghiacciante. Tutto ci riporta ad un tema di cui si dibatte molto, ma su cui si mette davvero poco mano, e cioè il desolato vuoto educativo del mondo adulto, sia in ambito familiare che scolastico. I nostri ragazzi sono sempre più spesso digiuni di educazione affettiva, emotiva e sessuale.

Rispetto alla sessualità spesso hanno come riferimento materiale porno, che oltre a dargli una dimensione sbagliata della sessualità stessa, genera in loro anche un’ansia da prestazione, che fa calare in una dinamica di potere e non di affettività. La violenza sessuale non mette l’accento sulla sessualità, si tratta innanzitutto di una dimostrazione di potere, lo stupro è si un reato sessuale, ma è principalmente un reato d’odio, è un atto sadico mosso dalla volontà di degradare l’oggetto del “desiderio” del momento, ad una mera cosa e torniamo così alla deumanizzazione.

Viviamo in un mondo in cui le coordinate tradizionali di costruzione del legame fiduciario con la società di appartenenza, ossia con lo spazio sociale all’interno del quale si incardinavano regole e valori della società, sono sempre meno chiare; inoltre ci troviamo sempre  più spesso in presenza di identità individuali fragilissime, talvolta provvisorie e/o molteplici, all’interno di un riferimento normativo e istituzionale discontinuo e a volte labile. Ci si domanda, vogliamo continuare a discutere ogniqualvolta ci troveremo difronte a fatti così agghiaccianti o differentemente vogliamo provare a costruire un modello diverso in cui sia possibile costruire una propria identità, rispettosa dell’alterità, con libertà ma anche responsabilità nella società contemporanea che viviamo?

Come ci chiarisce Bauman (1999) in modo efficiente “la sola certezza che può accompagnare la libertà è la certezza della propria inalienabile responsabilità”, i ragazzi di Palermo sono responsabili di un atto feroce, che paghino nella misura delle loro responsabilità, che la giustizia non faccia sconti, perchè la vita della 19enne siciliana, sconti non gliene farà e se anche riuscirà a sopravvivere emotivamente a quanto accaduto, sarà comunque una vita spezzata.