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Alcuni sostengono che il mondo si stia indirizzando verso un assetto post-occidentale, in cui il momento unilaterale statunitense, ossia la superiorità americana sul resto del globo cominciata alla fine della Guerra Fredda, sia giunto a termine. In quest’ottica, l’allargamento del gruppo BRICS ne costituirebbe una conferma, ma in tema relazioni internazionali ogni scenario è sempre più complicato dei titoli di giornale.

I BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), a volte identificati come “gruppo delle economie emergenti”, si riuniscono ogni anno, ed è stato in occasione del loro quindicesimo summit, tenutosi a Johannesburg a partire dal 23 Agosto, che il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha annunciato l’allargamento del gruppo. I nuovi membri saranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, e l’ingresso è previsto a Gennaio 2024, portando così il gruppo ad un totale di 11 membri.

Basandosi sul potere d’acquisto, i Brics potranno quindi contare su una percentuale di pil mondiale superiore al G7, il gruppo economico i cui “tesserati” sono USA, UK, Francia, Italia, Canada, Germania e Giappone. In aggiunta, tale dato non include ancora una lista di altri 40 paesi che hanno manifestato il proprio interesse per l’adesione. Di questi, 22 paesi avevano già reiterato precedenti richieste di adesione, ma 18 sono nuove: l’interesse cresce.

Arriva però la parte veramente rilevante, ossia ciò che concerne la coesione interna dei BRICS, e soprattutto il ruolo della Cina tra essi. Il vero potenziale di questo gruppo, e quindi la vera potenziale minaccia per i paesi Washington-Bruxelles, è infatti rappresentata dal peso che essi assumerebbero in ambito di negoziati multilaterali. In altre parole, se i BRICS riuscissero veramente a creare un bacino di istanze comuni da presentare a ranghi serrati, queste non passerebbero inosservate.

L’allargamento costituisce quindi un’ottima opportunità per la Cina, soprattutto a fini di espansione del proprio bacino commerciale. Quello che però deve mantenerci in stato d’allerta, e che avverrà necessariamente se non contrastato, sarà il tentativo cinese di tramutare il gruppo da bacino economico ad assetto geopolitico, tutto ovviamente a guida Pechino, con l’obiettivo ultimo di scansare gli Stati Uniti dal podio.

Non è tuttavia tutto rose e fiori per i per Pechino. Il fatto che vi sia stato un allargamento suggerisce infatti che i cinque membri originari abbiano fallito nel raggiungere il livello di integrazione sperato, e che, non riuscendo a coordinarsi in maniera adeguata, abbiano quindi cercato rifugio in un aumento del numero dei membri.

India e Cina infatti, oltre che a varie dispute confinarie, hanno priorità differenti a livello globale: non allineamento per l’India, divenire la prima potenza mondiale per la Cina. Inoltre, nonostante il revanscismo russo abbia spostato tutte le attenzioni al teatro ucraino, le dispute confinarie tra Cina e Russia rimangono una questione viva sia a Pechino che a Mosca. I pochi contingenti russi presenti al confine russo-cinese, avrebbero infatti un solo compito di vedetta, lasciando poi ad armi ben più potenti, fino alle nucleari, il compito di respingere una improbabile, ma mai impossibile, invasione cinese. Inoltre, anche la Russia guarda ben oltre al mero ruolo economico del gruppo, ma non stravede per la sola leadership cinese. Infine, anche tra i nuovi membri vi sono divergenze, basti pensare alla rivalità tra Iran ed Arabia Saudita per la preminenza regionale. L’allargamento dei BRICS non rovescia quindi le condizioni del mondo, ma fornisce una grande opportunità, soprattutto alla Cina, di tramutare il potenziale economico del gruppo in un ben più utile sistema di paesi allineati geopoliticamente.

Storicamente, non è inoltre la prima volta che si tenta di unificare le istanze di tanti paesi per creare un’alternativa al sistema occidentale: già nel 1920, a Baku, nell’Azerbaigian occupato dalla Russia Sovietica, si tenne il primo “Congresso dei popoli dell’Est”. Fu poi nel 1955 con la conferenza di Bandung che si diede origine al “Movimento dei Paesi non allineati”. Qui siamo sui fatti storici, ma si rende l’idea.

E’ quindi tutto perduto? No, assolutamente. Ad esempio, pur con i loro rispettivi interessi autonomi, l’Egitto, l’Arabia saudita e gli Emirati Arabi Uniti rimangono “close security partners” degli Stati Uniti, ed è improbabile che abbandonino le garanzie di sicurezza USA per lanciarsi verso mai verificate promesse cinesi.

Quello a cui l’Occidente deve prestare attenzione, è perciò mantenere relazioni economiche aperte con i membri BRICS più indipendenti, al fine di evitare un monopolizzazione delle loro relazioni commerciali. Ad esempio, il Brasile ha dichiarato di essere in cerca di nuovi partner commerciali, in seguito al cambio degli equilibri economici derivanti dalla guerra in Ucraina.

Ma non solo, si deve lavorare per evitare che i BRICS, sia per ciò che concerne i membri originari che per i new-comers, raggiungano un livello di coesione interna che permetta loro di allinearsi definitivamente alla Cina, divenendone così vassalli. Infine, bisogna mantenere un efficiente livello di coesione delle nostre politiche di sviluppo strategico, sia a livello domestico che a livello Europeo, ma soprattutto a livello Atlantico tra l’Europa ed il Nord America.