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Non se ne sentiva sicuramente il bisogno. Un altro attacco all’identità sessuali, all’essere donna o uomo, alla razionalità è quello che si è concretizzato al Parlamento Europeo, dove si potrà ricorrere a un appellativo neutro e scegliere un nome ‘sociale’ al posto di quello legale. Le menti di Bruxelles non sono nuove a scelte simili: la battaglia gender è al centro dell’agenda politica, accompagnata da quella ambientale. Questa volta l’iniziativa è partita dal Bureau of Report on Diversity di Bruxelles. 

Il “Comitato centrale” della propaganda gender europea, prima combatteva per i diritti delle donne, invece ora porta avanti le battaglie gender e la loro affermazione. Dobbiamo essere sinceri: non è una scelta inaspettata. È certamente però una scelta sconsiderata. Infatti, un’altra occasione dove le istituzioni europee hanno preso decisioni sfavorevoli ai diritti delle donne ha preso piede nel maggio di quest’anno, quando in occasione dell’approvazione della Convenzione di Istanbul è stato anche approvato anche un emendamento che censurava il nostro Paese per la circolare del Ministro Piantedosi che bloccò le registrazioni all’anagrafe dei figli di coppie gay. Questa volta non è un attacco esterno, ma le scelte ricadono su tutti i membri del Parlamento Europeo, staff e dipendenti chiaramente compresi.  

Vediamo cos’è successo: il Bureau of Report on Diversity ha adottato una direttiva interna che va a ledere – pur raccontando di voler affermare i diritti LGBTQ+ – i diritti delle donne. Non è un caso che il movimento femminista in Italia in questi ultimi anni abbia dichiarato la sua contrarietà a tutta la propaganda gender. Quando nel Parlamento italiano e nell’opinione pubblica si discuteva assiduamente del DDL Zan, Arcilesbica si dichiarò fermamente contraria a un simile atto normativo perché avrebbe permesso di divenire donna meramente facendo una comunicazione all’anagrafe, oppure ad esempio avrebbe aperto la possibilità di essere denunciato per omofobia a partire da una critica a chi faceva ricorso alla Gpa all’estero. La nuova misura adottata dal Bureau of Report on Diversity prevede la possibilità per i deputati e dipendenti del Parlamento europeo di “ricorrere a un appellativo neutro – Mx o M* al posto di Mr e Ms (in inglese) o M e Mmein (in francese) – in tutte le comunicazioni ufficiali e nei documenti amministrativi”, dice l’eurodeputata della Lega Isabella Tovaglieri (ID), che giustamente fa notare il cortocircuito interno alla sinistra che da una parte sostiene le quote rosa, mentre dall’altra “parteggia per chi invoca la cancellazione dei generi, vanificando le lunghe e faticose lotte per la parità tra uomini e donne sui luoghi di lavoro”, aggiunge Tovaglieri. Addirittura, è prevista la possibilità di adottare un nome “sociale” al posto di quello legale tanto sul proprio badge che nelle proprie mail, senza dover presentare documenti ufficiali.  

È una follia tutto questo attivismo delle istituzioni europee in merito ai temi afferenti alla sfera LGBTQ+. E chiaramente il metodo è sempre il medesimo: come con la pandemia da Covid, se qualcuno tenta di presentare critiche in merito alle scelte politiche compiute, viene additato, prima come negazionista, ora come omofobo. Il ‘genere’ in sostituzione del ‘sesso’ diviene quindi il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in ‘donne’ o che dicono di percepirsi ‘donne’, così perdendo ogni tipo di identità sessuale.