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MARIO DRAGHI ECONOMISTA

Quando si espone, è quasi un avvenimento storico. Preferisce, da quando non ha più incarichi istituzionali di alcun tipo, rimanere nell’ombra. Rilascia poche interviste, quasi nessuna. Scrive altrettanto poco e dell’Italia quasi mai. È forse proprio questo che, oltre alla sua carriera, rende le sue parole preziose, ascoltate ed essenziali. Può piacere come può essere odiato. Ma anche i suoi detrattori – anche i più acerrimi – non possono negare l’importanza e l’influenza delle sue idee.

Parliamo di Mario Draghi, l’ex Presidente del Consiglio – anche se forse non è stato il ruolo più importante da lui presieduto durante tutto l’arco della sua carriera. Ultima volta che era intervenuto risale a giugno di quest’anno, quando partecipò ad una conferenza organizzata dal MIT, il Massachussets Institute of Technology, vale a dire la più importante università al mondo secondo QS World University Ranking. In quell’occasione parlò della necessità di una vittoria ucraina, dell’Europa e della sua struttura burocratica che deve occuparsi, tra le altre, di ristrutturare le catene di approvvigionamento critiche, di un’Europa più condivisa tra i paesi membri e di tanti altri aspetti dell’economia, ma forse più semplicemente della vita politica. Anche in quell’occasione nei giorni successivi i giornali diedero ampissimo spazio alle sue parole, segno della riconoscenza che la sua figura mantiene.

A questo giro, l’ex Presidente della BCE è intervenuto sull’Economist. In tre settori, secondo Draghi, l’Unione Europea sarà ben presto chiamata ad investire nella difesa, nella transizione verde e nella transizione digitale. Per fare ciò qual è secondo Draghi la strategia? La spesa dell’UE deve divenire federale, cioè Draghi ci sta dicendo che i paesi membri devono condividere debito, investimenti e strategia. Quindi, l’invito rivolto ai burocrati è che in vista del Patto di Stabilità – sul quale forse entro fine anno l’Ecofin, la riunione dei Ministri dell’economia dei paesi membri, raggiungerà un accordo – non si torni agli accordi pre-Covid. Le regole fiscali, scrive Draghi, debbono seguire due direttrici: la rigidità – per garantire che le finanze dei governi siano convincenti nel medio termine – e la flessibilità – così da reagire meglio agli shock fiscali. Nell’articolo compara spesso l’Unione Europea e gli Stati Uniti: l’organizzazione federale degli Stati Uniti e la disorganizzazione dell’Unione Europea.

L’assist di Draghi al governo italiano è solo che un passaggio positivo nella trattiva che Giorgetti sta portando avanti in Europa. Non tornare al precedente Patto di Stabilità e Crescita è l’invito rivolto ai burocrati europei da parte dell’ex Premier italiano. Meloni ringrazia, l’Italia pure.