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Al largo di via del Nazareno gli animi sono in subbuglio. Il PD è da sempre una grande ammucchiata: nasce come l’unione dei due primi partiti di centrosinistra dei primi anni duemila, ossia i Democratici di Sinistra e la Margherita. Ora, dopo l’inaspettata vittoria della Schlein, la grande ammucchiata non regge più.

Facciamo un passo indietro. Il risultato elettorale del PD, guidato allora da Enrico Letta, all’elezioni del 25 settembre è una débâcle: il 19% è il secondo risultato peggiore nella storia del Partito Democratico. Inevitabili le elezioni, quindi via al congresso per votare la nuova segretaria. Dopo l’iniziale corsa a quattro, al ballottaggio arrivano i primi due: Elly Schlein, 38 anni, italo-svizzera, neoiscritta al partito, parla fin dall’inizio di un PD più a sinistra; Stefano Bonaccini, 56 anni, governatore dell’Emilia-Romagna dal 2014, non ha intenzioni “rivoluzionarie”, piuttosto guarda a un PD maggioritario e tendenzialmente riformista. Il 26 febbraio vince la prima, a sorpresa, grazie soprattutto ai voti dei non iscritti. Inizia, quindi, realmente un nuovo corso…

Finito l’entusiasmo post-elezioni, Schlein non tiene a mente che è stata eletta non solo grazie ai militanti e ai simpatizzanti, ma anche grazie all’appoggio delle più importanti correnti, ossia in particolar modo quella guidata da Franceschini e quella di Emanuele Orlando. Forse pensava la nuova Segretaria di poter gestire un partito dall’alto, senza quel metodo collegiale tanto caro al Pd. O pensava, forse, che i Franceschini vari, appoggiandola, l’avrebbero lasciata libera di muoversi sempre più a sinistra.

Non sappiamo quali furono i pensieri della Schlein una volta eletti. Sicuramente sappiamo che da quando è segretaria, non ne ha azzeccata una. “Ci avviciniamo ai cinque stelle di Giuseppe Conte oppure ne prendiamo le distanze?”, “rincorriamo i populismi di sinistra o i liberalprogressisti?”, “ci dichiariamo a favore del Reddito di cittadinanza anche se lo criticammo aspramente?”, “ci lamentiamo dell’aumento dell’immigrazione clandestina anche se durante i nostri governi parlavamo sempre e solo di accoglienza?”… queste domande sono la mera dimostrazione dell’incapacità – ma forse, ormai, dell’impossibilità – del Partito Democratico di darsi un’identità.

E così, da febbraio ad oggi i malumori interni al Pd, soprattutto provenienti dall’ala più riformista, sono via via cresciuti, fino a sfociare in veri e propri abbandoni in massa – come è successo a Genova, dove una trentina, tra consiglieri ed iscritti, hanno abbandonato i democratici per passare ad Azione. Ma oltre alle fuoriuscite, tra alcune gaffe e alcune dichiarazioni, è chiaro sempre più la debolezza della Schlein.

Zingaretti – sostenitore della mozione Schlein all’Assemblea piddina – che, dopo aver parlato sul palco della Festa dell’Unità, una volta sceso tra i militanti, si è lasciato andare un “con questa non prendiamo manco il 17 per cento”. E il 17% non è un caso: i due risultati peggiori della storia del PD sono datati 2018 – guidato da Matteo Renzi – e 2023 – con Enrico Letta segretario. Entrambi i leader non andarono sotto il 18%… Altro episodio vede protagonista Piero Fassino, che su X (ex Twitter), in seguito alla “fuoriuscita di Genova”, ha scritto “Se militanti e dirigenti lasciano il PD, chi lo guida non può dire che avevano sbagliato a entrarci, peraltro detto ad alcuni che questo partito lo hanno fondato…”. Questo perché la segretaria del Pd aveva accusato i fuoriusciti di non esser stati nel partito più affine alle loro posizioni se hanno lasciato un Pd “che lotta per il salario minimo, scuola, lavoro…”.

Forse è però la Schlein ad essersi dimenticata che il Pd le battaglie di sinistra non le ha mai combattute. E la dimostrazione di ciò, non solo è il malcontento interno e tra i militanti, ma anche lo spostamento – avvenuto negli anni – dei voti del mondo operaio a destra. Elly quanto durerà? Finirà prima lei o il Pd stesso, senza più un’identità?