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Nel corso della seconda giornata del salotto letterario “LeggoLatina” diretta dallo scrittore e giornalista Gian Luca Campagna, il presidente di Nazione Futura ha affrontato il tema del rapporto tra cultura e conservatorismo, nel corso dell’evento intitolato “Quella cultura di destra…quella cultura di sinistra”.

La tre giorni dedicata alla letteratura, fatta di incontri con gli autori, reading, spettacoli teatrali e talk show, ha avuto nel dibattito svoltosi nella cornice di Largo Palos della Frontera un momento di sicuro interesse e di ottima partecipazione di pubblico.

Oltre a Francesco Giubilei e a Gian Luca Campagna, sul palco di LeggoLatina erano presenti la scrittrice Athena Barbera, l’autore ed illustratore Angel De La Calle, il presidente del Rotary Club di Latina Gianluca Carfagna, e lo scrittore e giornalista Giorgio Ballario. 

Invitato ad intervenire sul rapporto tra potere e cultura, Giubilei ha sottolineato come tale dibattito sia tornato attuale con la vittoria del governo Meloni, quando si è iniziato a riflettere sul concetto di egemonia culturale in Italia. Egemonia da decenni stabilmente nelle mani della sinistra, per ragioni storiche individuabili in quella sorta di tacita spartizione di sfere di influenza tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, dove alla prima è spettata la gestione degli enti pubblici e dell’ambito economico in generale, mentre al secondo la gestione della sfera culturale. Scuola, università, case editrici, stampa ed istituzioni culturali in genere sono quindi state occupate dalla sinistra, che ha applicato una strategia ben chiara volta all’isolamento di tutti quegli intellettuali non allineati, abilmente descritta dal Prof. Pedullà come “cordone sanitario”.

Proseguendo nell’analisi, richiamando la questione posta da alcuni sulla presunta necessità di costruire una contro-egemonia di destra, Giubilei ha chiarito “che sostituire una forma di egemonia culturale con un’altra forma di egemonia culturale è sbagliato” e che invece, se qualcosa a destra deve cambiare, è la convinzione che investire nella produzione culturale sia inutile perché “non porta voti”. Una convinzione radicatasi specialmente negli ultimi vent’anni tra le segreterie dei partiti di centro destra, ma del tutto errata, in quanto “se si vuole cercare di cambiare il Paese, bisogna farlo partendo proprio dalla base culturale e valoriale che prescinde il singolo simbolo politico”. Un problema figlio anche della peculiare brevità dei cicli politico-elettorali attuali: ”abbiamo visto partiti che erano al 4% andare al 30% e viceversa. Nel momento in cui non si riesce a costruire una base culturale e valoriale diventa sicuramente difficile durare nel tempo”. Tale assenza di progettualità può essere dannosa anche quando chi governa ha la possibilità di incidere sul sistema delle nomine:” il tema delle nomine è certamente importante, perché è vero che non si riesce a cambiare la politica culturale senza avere delle persone che siano nominate all’interno delle istituzioni culturali, ma ciò non è sufficiente, se dietro non c’è un progetto ed una visione culturale strutturata. Il rischio è che rimanga un qualcosa legato alla singola legislatura o ad un singolo momento politico”. 

La sfida, certamente complessa, del mondo conservatore di venta quindi quella di “far crescere una classe dirigente anche in campo culturale, e al tempo stesso portare avanti idee, valori, concetti che siano ascrivibili al mondo conservatore. Per far ciò è necessario lavorare nell’ambito delle grandi manifestazioni, dei festival e sull’informazione, in particolare sulle giovani generazioni immerse nei social network e nelle piattaforme mediatiche internazionali, la cui direzione culturale è antitetica ai valori conservatori, dai temi etici al gender ecc”

Il dibattito è poi proseguito toccando i vari aspetti della dinamica tra potere e cultura e del dualismo tra destra e sinistra ad essa connesso, divenendo particolarmente apprezzato dal pubblico specie nel momento in cui è emerso il tema della competizione tra conservatori e progressisti in campo culturale. A tal proposito Giubilei ha richiamato la questione della conoscenza del concetto di conservatorismo: “il conservatore non è un reazionario, ovvero colui che non accetta la società attuale e desidera tornare al passato.  Il conservatore non è assolutamente chiuso all’innovazione e al futuro e alle riforme, ma difende determinati principi permanenti che prescindono la specifica epoca storica, quali la famiglia, il rispetto dell’autorità, la nazione, l’ambiente”. Essere conservatori diventa oggi quantomai attuale, in Italia e in Europa: “citando Giuseppe Prezzolini, servono nuove idee ispirate a principi permanenti”.

Francesco Erario