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LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

Opere memorialistiche, diari e autobiografie sono sempre state parte integrante del
mondo politico-culturale. Fondamentali per ricostruire l’operato o conoscere i punti di vista nascosti dei grandi protagonisti, sono diventate soprattutto nel panorama anglosassone un punto fermo della fase terminale della carriera di ogni Presidente o Primo Ministro, quasi a voler ripercorrere (e spesso giustificare) le decisioni salienti e gli snodi fondamentali e più tumultuosi del proprio mandato.

Giorgia Meloni ha invece invertito la tendenza e capovolto il paradigma decidendo, poco più di due anni dopo il successo editoriale di “Io sono Giorgia”, di sbarcare nelle librerie con un dialogo con Alessandro Sallusti, da poco tornato alla guida de “Il Giornale”, tracciando un resoconto del primo anno di governo con uno sguardo diretto alla fine della legislatura, un traguardo sfiorato da Berlusconi ma divenuto
chimera per qualsiasi esecutivo.


Indro Montanelli sottolineava quanto l’unico padrone del giornalista fosse il lettore, ed è nel segno della tradizione e di questa affermazione che lo stesso Sallusti non risparmia al Presidente del Consiglio domande spinose o riferimenti “acuminati” ad avversari, detrattori, nemici interni e agenda politica, per quello che risulta essere uno scorrevole (e spesso informale) dialogo su obiettivi che legano presente e
futuro.


A distanza di un anno dalla vittoria del centrodestra, Sallusti entra nelle sale del potere trascinando il lettore nella sacralità di Palazzo Chigi, nei corridoi tappezzati dei volti di tutti coloro che hanno avuto l’onore (e l’onere) di guidare il Paese. A Meloni (e a detta dello stesso Presidente del Consiglio) il compito di provare a risollevarlo nello scenario più complesso della storia repubblicana dal dopoguerra, all’indomani della crisi pandemica e con uno scacchiere geopolitico in costante mutamento.


Molti i temi trattati e gli interrogativi posti al Presidente: dall’Europa dei popoli e il turning point delle urne nel giugno 2024 alla crisi economica, dal conservatorismo verde al ruolo dello Stato nella politica interna, dalla fiera resistenza del popolo ucraino a quella dei conservatori e dell’esecutivo di centrodestra dinnanzi agli attacchi dell’opposizione, “La versione di Giorgia” risulta essere un dialogo intimo e
trasparente ma molto lontano da velleità meramente propagandistiche. Giorgia Meloni ribadisce le logiche del suo operato, ripercorre il suo percorso e traccia le sue ambizioni per il futuro, interfacciandosi sia con l’intervistatore ma soprattutto con uno sguardo sempre rivolto al “cittadino-lettore”.

Come già sottolineato nel libro di Bruno Vespa “La grande tempesta”, anche dinnanzi a Sallusti Meloni ribadisce come la grande ambizione di ogni politico debba essere la speranza di essere ricordati per il proprio operato. In uno dei passaggi chiave del libro il Presidente afferma: “Il mio obiettivo è che
quando morirò, fosse tra cinque, venti o quarant’anni, come per il sindaco Wamura, qualcuno che non ho conosciuto venga a portare un fiore sulla mia tomba, per ringraziarmi di ciò che sono riuscita a fare per l’Italia. Perché le vere rivoluzioni le capisci solo con il tempo”.


Parlare di rivoluzioni per un conservatore non è mai ossimorico, se si è in grado di coglierne il significato più intimo e pragmatico. Kotoku Wamura è stato infatti un politico giapponese sindaco del villaggio di Fudai. Durante uno dei suoi mandati, nonostante l’opinione contraria e sprezzante dei suoi
oppositori, costruì una gigantesca diga che potesse difendere dai maremoti la piccola città.


Mori nel 1997, 14 anni prima che Fudai diventasse l’unica zona colpita dallo tsunami limitrofa a Fukushima a non subire danni e consistenti perdite di vite umane grazie alla sua imponente opera di sbarramento. La storia gli diede ragione, una metafora emblematica e di lungo respiro, spesso
sconosciuta ai più ma degna di una grande statista.