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“Basta con questo pessimismo… i problemi non li neghiamo, ma tranquilli che il mondo non finisce”… abbiamo raggiunto Fabrizio Corgnati, autore del libro “La fine del mondo (non) è vicina”, per affrontare insieme a lui una delle grandi patologie della modernità, il terrore della fine del mondo. Guerre e problemi climatici sono ogni giorno in prima pagina di giornal e telegiornali…

Da dove nasce il pessimismo che imperversa nell’attuale società?
Nasce da diverse componenti. Ce n’è una che potremmo definire strutturale: il nostro cervello si è evoluto con lo scopo primario di farci sopravvivere, per questo motivo tende per natura a concentrarsi più sulle minacce e sui pericoli che sulle buone notizie. Penso che sia un’esperienza diffusa: se noi oggi incontriamo dieci persone che ci sorridono e una che ci manda a stendere, di sicuro ci ricordiamo con più facilità di quest’ultima. Però, come per tutte le facoltà mentali, c’è anche una componente dinamica, che deriva dall’allenamento. Se i giornali, i telegiornali, i siti web, le notifiche sugli smartphone ci bombardano a ogni minuto solo di catastrofi, ci convinciamo che esistano solo quelle. Alleniamo una visione della realtà che pone l’attenzione solo sui suoi aspetti peggiori. Come dice lo studioso di comunicazione americano George Gerbner, sviluppiamo la “sindrome del mondo cattivo”, che ha l’effetto collaterale di essere una profezia autoavverante: pensiamo che il mondo sia solo cattivo e ci comportiamo di conseguenza, dunque creiamo proprio quello stesso contesto che temiamo.


Il 94% dei giovani, come riporta un sondaggio svolto da Noto un mese fa, teme per il suo futuro a causa della crisi climatica. Non le chiedo se il mondo andrà allo scatafascio come sostengono gli ammiratori di Greta. Le chiedo però, che consigli darebbe ai giovani che temono il futuro?
Essere ottimista non significa negare l’esistenza dei problemi. Che l’umanità debba prestare più cura all’ambiente in cui vive mi sembra un dato di fatto che nessuna persona sana di mente può mettere in discussione. Ma c’è un grosso limite, a mio modo di vedere, nella narrazione catastrofistica della crisi climatica. Chi la porta avanti è sicuro che, fomentando la paura dell’apocalisse, si convinceranno le persone ad agire. In realtà avviene l’esatto contrario: se ci convinciamo che il mondo è ormai condannato e che non c’è nulla che possiamo farci, allora semplicemente non faremo nulla. Continueremo a inquinare esattamente come stiamo facendo oggi, tanto siamo comunque avviati verso il disastro. La storia ci dimostra che i profeti della fine del mondo non hanno mai avuto ragione. E questo vale anche per l’ambiente: qualche decennio fa eravamo tutti preoccupati per il buco dell’ozono, poi abbiamo fortemente ridotto l’uso dei gas Cfc e il risultato è che oggi quel buco si sta richiudendo. La verità è che
l’uomo ha enormi capacità di creare problemi, ma anche di risolverli. Possiamo creare un futuro migliore, ma dobbiamo avere fiducia nelle nostre risorse, altrimenti con il terrorismo psicologico non ne usciremo mai.


I nati nel 2000 stanno vivendo solamente degli anni di declino per l’Occidente e per l’Italia. Un declino non solo economico, ma anche sociale, morale… strutturale. La crisi prima del 2010 e poi quella del Covid sono state deleterie per lo sviluppo del paese. La parola “crisi” è il termine più ricorrente. Perché continuano a raccontarci un mondo in perenne crisi?
Per i giornalisti suscitare la paura della crisi è il miglior modo per attirare l’attenzione del pubblico, quindi vendere più giornali e fare più clic sui siti. Per le élite, è il miglior modo per tenere i cittadini sotto controllo. Sia chiaro, il declino di cui lei parla è reale: stiamo assistendo al disfacimento di un modello di organizzazione della società, di gestione della politica, di sviluppo dell’economia. Ma non è certamente la prima volta nella storia dell’umanità in cui ciò avviene. Le civiltà umane hanno lo stesso ciclo di vita degli individui: nascono, si sviluppano, fioriscono, poi appassiscono e muoiono. Il nostro attuale paradigma, quello nato con le Rivoluzioni scientifica e industriale grossomodo dal Settecento in poi, ci ha garantito una straordinaria crescita sotto il profilo della qualità della vita, della salute, della ricchezza e della conoscenza diffuse, della tecnologia. Ma ora il mondo intorno a noi è cambiato e quel paradigma non funziona più: ecco perché le strutture sociali, politiche, economiche che su di esso si sono fondate stanno andando in declino. Ma non è la fine del mondo, è solo la fine di un mondo. E l’inizio di un altro.


Crisi significa, però, anche l’opportunità di ripartire. Quindi, quale atteggiamento dobbiamo assumere?
Mi riallaccio a quanto ho appena detto. La crisi collettiva ha una dinamica molto simile a quelle individuali, che sperimentiamo nelle nostre vite. Credo che tutti noi, se ci guardiamo indietro, riconosciamo di essere molto più maturi e consapevoli nel modo in cui stiamo al mondo oggi, rispetto a vent’anni fa. E credo anche che riconosciamo che ad averci fatto crescere non sono stati tanto i momenti di relax, passati a guardare un film o a giocare a pallone, ma quelli di difficoltà, persino di sofferenza. Sono le crisi che ci costringono a utilizzare la nostra creatività, a concepire e a mettere in pratica nuove soluzioni, a scoprire e a tirare fuori un potenziale che magari nemmeno sospettavamo di avere. La stessa cosa è sempre accaduta nella storia collettiva dell’umanità, e sta accadendo anche oggi. Dalle crisi, dagli errori e dagli orrori, persino dalle grandi tragedie sono sempre nate società più funzionali, più evolute, più libere, più democratiche, più consapevoli, più capaci di trarre il massimo dal contesto in cui si ritrovano. Sta accadendo anche oggi e gli esempi sono tanti, anche se i mezzi d’informazione mainstream non ce li raccontano.


Per quale motivo dovremmo comprare il suo libro?
Per avere un punto di vista diverso sulla realtà che stiamo vivendo. Un punto di vista più positivo, ma
estremamente realistico, documentato, argomentato, basato sui fatti. Nel libro non parlo di illusioni campate in aria: raccolgo studi scientifici, teorie filosofiche, dati sociologici e antropologici, ma anche tanti esempi concreti di come sempre più persone stiano iniziando a sperimentare nuovi modelli di sviluppo sociale, politico, economico, tecnologico, che peraltro funzionano alla perfezione. Ciò accade sotto i nostri occhi, ma purtroppo troppo spesso non lo vediamo: come diceva Confucio “un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce”. Io mi sono impegnato a raccontare questa foresta che sta crescendo, meno rumorosa ma non certo meno reale. Chi leggerà il mio libro scoprirà un’altra prospettiva sulla nostra epoca, si renderà conto che a fianco del vecchio paradigma che sta collassando ce n’è uno nuovo e migliore che sta nascendo. E sono convinto che questa consapevolezza potrà solo fare del bene alle vite di tutti noi, a livello psicologico, mentale, emotivo e anche pratico.