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VOLODYMYR ZELENSKY PRESIDENTE DELL'UCRAINA

L’allarme corruzione a Kiev, la controffensiva in fase di stallo e le elezioni slovacche, vinte dal populista filorusso Robert Fico, alimentano le incertezze sul sostegno dell’Occidente all’Ucraina. In seguito allo “scandalo delle divise” e alla nomina di Rustem Umerov come nuovo Ministro della Difesa ucraino, Zelensky ha licenziato tutti i viceministri della Difesa, sempre per motivi riconducibili a episodi fraudolenti.

Una situazione non facile da gestire per Volodymir Zelensky, resa ancora più complicata dallo schieramento di oltre 10.000 soldati d’élite russi a Bakhmut, città simbolica e strategica, dov’è in corso una vera e propria guerra di logoramento. La possibile avanzata di Mosca permetterebbe ai russi di raggiungere Kramatorsk e Sloviansk, città di un certo rilievo dell’Oblast di Lugansk non ancora occupate.
I dati forniti dall’Institute for the study of war (Isw) e riportati dal New York Times riguardanti gli ultimi nove mesi di guerra, evidenziano delle conquiste marginali di Kiev nel settore meridionale e sottolineano la presenza dei soldati russi sul 18% del territorio ucraino, con alcune avanzate circoscritte delle truppe del Cremlino a nord-est; un altro dato piuttosto scoraggiante per l’Occidente e per l’Ucraina riguarda le forze in campo: infatti al momento le truppe i militari dell’esercito regolare russo e i paramilitari superano
numericamente quelli ucraini con un rapporto di 3 a 1.

Le stime dell’intelligence britannica, suggeriscono inoltre che la spesa per la Difesa russa è destinata ad aumentare nel prossimo anno del 68%, con un investimento pari a 106 miliardi di euro. Cifra piuttosto importante soprattutto se rapportata ai 6,2 miliardi di aiuti all’Ucraina sospesi dalla Casa Bianca per evitare lo “Shutdown”, ovvero il blocco delle attività governative non essenziali che scatta quando il Congresso non riesce ad approvare la spesa pubblica per il nuovo anno.

Biden e i principali leader occidentali, hanno ribadito il loro pieno sostegno a Kiev, tuttavia all’interno del Partito Repubblicano statunitense si è verificata una spaccatura tra l’ala moderata e quella trumpiana; infatti Matt Gaetz (esponenente della corrente MAGA) dopo aver presentato una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Camera Kevin McCarthy, “colpevole” di essersi affidato ai democratici per ottenere i voti necessari per finanziare il governo, ha ottenuto la sua destituzione.

Frattura evidente anche nelle primarie presidenziali repubblicane; mentre Trump sostiene di portare al termine la guerra “in appena 24 ore”, i suoi competitor hanno pareri piuttosto contrastanti sulla questione Ucraina. Ron DeSantis, dopo aver definito Putin un assassino e la Russia “una pompa di benzina con un mucchio di armi nucleari” ha dichiarato di voler smettere con gli “assegni in bianco a Kiev”; per l’imprenditore Vivek Ramaswamy invece occorre un piano di pace ragionevole per porre fine alla guerra. Più intransigenti Pence, Scott e Haley che considerano necessario il supporto a Kiev, siccome la possibile vittoria russa, comporterebbe un rafforzamento della Cina e quindi una sconfitta dell’Occidente.

In Europa, invece, con la vittoria di Fico in Slovacchia, potrebbero cambiare alcuni equilibri; l’Alto rappresentante UE Josep Borrell, ha rimarcato che «finora l’Unione ha mostrato un’incredibile unità e velocità nelle decisioni, riuscendo ad approvare molti pacchetti di sanzioni e questo grazie all’unanimità di tutti, benché ci siano stati Paesi membri anche molto riluttanti, in particolare uno». Il riferimento è all’Ungheria di Viktor Orbán, che in alcuni casi ha rallentato le decisioni volte a penalizzare il Cremlino.

La Polonia le scorse settimane, ha annunciato che smetterà di fornire armi a Kiev. Il problema del transito del grano ucraino in territorio polacco ha provocato una crisi nei rapporti tra Morawiecki e Zelensky, mai così tesi dall’inizio dell’invasione russa. L’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, alla guida della coalizione liberale di centrodestra – denominata Coalizione Civica – che raduna i principali partiti di opposizione, è intervenuto affermando che la Polonia “affonda un coltello politico nella schiena dell’Ucraina” per trarre vantaggio in campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari
del 15 ottobre.

Difficilmente però Varsavia prenderà posizioni particolarmente scontrose nei confronti di Kiev, considerando la presenza di diversi miliziani del gruppo Wagner al confine con la Bielorussia e il forte sentimento anti-russo diffuso nel Paese a causa del passato comunista. Sembra quindi che le prossime elezioni europee e soprattutto le presidenziali statunitensi che si terranno entrambe nel 2024, a pochi mesi di distanza, possano cambiare in un senso o nell’altro il futuro e probabilmente anche l’esito del conflitto russo-ucraino.