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SCUOLA ELEMENTARE VITO DE FANO INIZIO ANNO SCOLASTICO BAMBINI SCOLARI TRICOLORE PALLONCINI

Mi appunto queste righe in un anonimo corridoio di un istituto superiore. Sto aspettando il richiamo della campanella, per entrare in classe e iniziare le ore di lezione. Nelle aule intravedo gli studenti assonnati che tentano di comunicare tra loro, simulando attenzione e partecipazione al lavoro in classe: non è un’immagine distopica e surreale?

Se ripenso ai miei quindici anni, però, mi accorgo che la situazione non era poi tanto diversa, né per me, né per i miei compagni. Sebbene appassionato al sapere, spesso mancava il piglio decisivo per trasformare ore improduttive seduto al banco in fruttuose scoperte di nuovi mondi. Perché dovrebbe essere diverso per gli adolescenti del 2023?

Mentre mi intrattengo con queste domande, mi ritorna in mente uno studio di Amilcare Mantegazza, scritto per i 120 anni del servizio di refezione scolastica del Comune di Milano. In sintesi, afferma l’autore, “il servizio mensa, stando ai primi calcoli, potrebbe avere attratto a lezione quasi un quarto della popolazione scolastica milanese”: insomma, sostiene l’autore, molte famiglie milanesi di inizio Novecento mandavano i figli a scuola… perché avrebbero mangiato gratis!

Accostiamo poi le parole di Francesco Benozzo, docente di Filologia e linguistica all’Università di Bologna: “Noi diamo per scontata la scuola, come se fosse necessaria, [ma] probabilmente non lo è o non lo è più. E’ come se facesse parte di quei fenomeni aberranti come lo schiavismo o le punizioni corporali delle donne. Secondo me tra qualche anno questa regola per cui dei sedicenni devono stare sei ore fermi intimando loro cosa fare per non essere puniti prima o poi finirà”.

Provo allora a mettere ordine alle idee, tracciando una semplice mappa di una possibile rivoluzione conservatrice della e nella scuola:
1) abbandonare ogni utopia di radice marxista, a favore di un pragmatismo reale: cosa serve VERAMENTE a ciascuno studente? La tanto declamata “inclusione” significa necessariamente almeno 10 anni di “seduti al banco”?;
2) abbandonare il modello “per tutti” verso “per ciascuno”. Pensare modelli perfetti e utopici non fa altro che mantenere lo status quo. Accettiamo invece che la storia di ciascuno esiste e permettiamo a quanti veramente lo meritano di studiare, riconoscendo – mi si perdoni l’ovvietà – che una versione di latino ben tradotta non è più o meno meritevole di un impianto elettrico ben installato;
3) credere davvero che ciascuno ha un talento e valorizzare la specificità di ciascuno. Non è in fondo il dettato costituzionale “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”? Anzi, un inveramento di questo obiettivo: tutti sono capaci e meritevoli, ma ciascuno in un ambito preciso.

Si potrebbe continuare, ma la campanella mi richiama al dovere. Mi tuffo in classe, sperando di trovare, assieme agli studenti, il passo giusto per scalare la montagna del sapere che oggi ci attende.