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Abbiamo intervistato Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice armena in Italia, sulla situazione in Nagorno-Karabakh dove nelle ultime settimane decine di migliaia di persone sono stati costretti a lasciare la terra in cui il popolo armeno vive da millenni.

Molti italiani non hanno ben chiaro cosa sia il Nagorno-Karabakh e come si sia arrivati ai fatti degli ultimi giorni, può spiegare brevemente l’evoluzione della questione dalla caduta dell’URSS ad oggi?

Grazie per questa opportunità, grazie per la domanda. Cercherò di farla breve. Le radici del conflitto del Nagorno Karabakh risalgono all’epoca sovietica. Il Nagorno Karabakh o Artsakh, storicamente armeno, fu forzatamente incluso come regione autonoma nella Repubblica dell’Azerbaigian, per decisione del dittatore sovietico Iosif Stalin nel 1921.

In questi 70 anni sovietici, il lasso temporale in cui il Nagorno Karabakh ha fatto parte dell’Azerbaigian è stato segnato da massacri, deportazioni, discriminazioni e altre forme di intolleranza nei confronti degli armeni. Basti solo pensare che nel 1920 nel Nagorno Karabakh abitavano circa 300 mila persone, oltre il 90% delle quali erano armeni; nel 1988 vi erano rimasti solo 140.000 armeni, e prima dell’ultimo attacco azero del 19 settembre ne erano rimasti meno di 120.000.

Nel 1988, nell’ultimo periodo dell’Unione Sovietica, gli armeni del Nagorno Karabakh iniziarono a protestare e a rivendicare i diritti che furono loro sempre negati. L’Azerbaigian, non gradendo quelle proteste pacifiche, rispose con massacri ai danni degli armeni che vivevano a Sumgait (nel febbraio del 1988), e dopo a Baku e Kirovabad. Le atrocità commesse dagli azeri causarono centinaia di vittime innocenti, di feriti e disabili. Questi avvenimenti fecero crescere la tensione tra le due popolazioni e cambiarono la natura del conflitto. 

In pratica, l’Unione Sovietica crollò con lo scoppio del conflitto del Nagorno Karabakh. Secondo alcuni esperti quest’ultimo ne fu addirittura la causa.  L’Armenia dichiarò l’indipendenza il 21 settembre 1991. Il 10 dicembre 1991, anche il Nagorno Karabakh proclamò la sua indipendenza a seguito di un referendum indetto e condotto in conformità con le norme del diritto internazionale, nonché con le leggi dell’epoca dell’Unione Sovietica. Il 29 dicembre del 91 anche l’Azerbaigian ufficialmente dichiarò indipendenza, tre giorni dopo la caduta dell’URSS. 

E così, al posto dell’ex repubblica sovietica azera, si formarono due entità statali separate: la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica del Nagorno Karabakh. Pertanto, il Nagorno Karabakh non ha mai fatto parte dell’Azerbaigian indipendente. Anzi, l’Azerbaigian dichiarò la sua indipendenza 19 giorni dopo il Nagorno Karabakh.  

In risposta all’esercizio del diritto all’autodeterminazione da parte del popolo del Nagorno Karabakh, l’Azerbaigian lanciò una guerra su larga scala che durò dal 1992 al 1994, in cui morirono più di 30.000 persone da entrambe le parti. Gli armeni, nella lotta in difesa della libertà, riuscirono a resistere, a mantenere l’indipendenza del piccolo Stato appena formatosi e a garantirne la sicurezza dello stesso prendendo il controllo di alcuni territori circostanti come cuscinetto di sicurezza intorno al Nagorno Karabakh. Infatti, Azerbaigian è diventato vittima della sua stessa aggressione dopo la prima guerra del Karabakh.

Poi per 26 anni sono stati condotti negoziati per risolvere la questione basati sul compromesso reciproco per garantire la sicurezza per questa popolazione. Nonostante gli sforzi dei mediatori internazionali e in particolare dei Paesi co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce, l’Azerbaigian non ha voluto concludere alcun accordo e nel settembre 2020 ha lanciato un’altra guerra contro il Nagorno Karabakh. La guerra è durata 44 giorni e il 9 novembre 2020 con la mediazione della Federazione Russa è stata firmata una dichiarazione trilaterale che ha fermato la guerra. La suddetta dichiarazione, tuttavia, non ha portato la pace nella nostra regione. L’Azerbaigian, approfittando della situazione ancora fragile, ha continuato la politica bellica attraverso infiltrazioni anche nel territorio sovrano dell’Armenia, uccisioni e catture di militari armeni, ladrocinio e distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno, continue minacce e incitamenti all’odio nei confronti dell’Armenia e del popolo armeno. Le azioni dell’Azerbaigian sono diventate ancora più incontrollate a patire da febbraio 2022, quando tutta l’attenzione internazionale si è concentrata esclusivamente sulla guerra in Ucraina: così, sono passati quasi inosservati l’ennesima aggressione sul territorio sovrano della Repubblica di Armenia il 13 settembre e poi il blocco del corridoio di Lachin per più di nove mesi lasciando la popolazione senza cibo, medicinali, energia elettrica e gas. 

E il culmine di tutto questo e arrivato il 19 settembre scorso quando l’Azerbaigian, vedendo che la popolazione del Nagorno Karabakh non si arrendeva e non abbandonava la propria terra dopo averla sottoposta alla fame, ha lanciato ancora una volta un’aggressione militare chiamandola cinicamente «un’operazione anti-terroristica locale». Dopo di che, la popolazione della regione, più di 100.000 persone che erano già allo stremo, è stata costretta a lasciare le proprie case e abbandonare le terre dei propri antenati. 

L’Azerbaigian rappresenta uno dei principali fornitori di gas dell’Italia e dal suo territorio parte la Tap, senza dubbio il ruolo geopolitico che ricopre ha un’influenza nelle posizioni dell’Europa, non crede però non si possa fa finta di nulla di fronte alla tragedia umanitaria che accade in Nagorno-Karabakh con oltre 130.000 persone costrette ad abbandonare le proprie case?

Ebbene, nella Sua domanda c’è anche la risposta: a causa del gas, il ruolo geopolitico svolto dall’Azerbaigian ha un’influenza sulle posizioni dell’Europa purtroppo. Soprattutto adesso che viene tagliato il gas russo, il gas azero diventa ancora più importante, o anzi, il gas russo-azero, perche sappiamo tutti che l’Azerbaijan vende all’Europa anche il gas russo.

Numerosi Stati tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Cipro, Grecia, Canada, Argentina, Russia e molti altri, ma anche organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, l’Unione Europea, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, il Consiglio d’Europa, Human Rights Watch, Freedom House, Amnesty International e molti altri hanno continuamente lanciato l’allarme per il deterioramento della situazione sul campo e hanno invitato a sbloccare il corridoio. Inoltre, la decisione della Corte internazionale di giustizia del 22 febbraio 2023 ha obbligato “l’Azerbaigian di garantire la libera circolazione di persone, veicoli e merci lungo il corridoio Lachin in entrambe le direzioni”. Tale ordinanza è stata riconfermata dalla Corte il 6 luglio.

E cosa è successo di conseguenza? In risposta a questi chiari appelli, il 19 settembre l’Azerbaigian ha lanciato un’aggressione su larga scala contro il Nagorno Karabakh.

Non posso dire che la comunità internazionale pensa solo al gas: no, qualcosa è stato fatto, ma gli appelli a uno Stato autocratico come l’Azerbaigian, come abbiamo visto, non sono bastati. A questi appelli non ha fatto seguito alcuna azione concreta, cosicché l’Azerbaigian ha proseguito nella propria politica ignorando tutti gli appelli. 

Poi sinceramente per me questo culto di gas non è comprensibile. C’è venditore e c’è compratore: е non si capisce perché l’Europa deve diventare un ostaggio nelle mani del Azerbaigian per il gas. 

Molti armeni si sono sentiti traditi dalla Russia che ha svolto per molti anni un ruolo importante per la stabilità dell’area, secondo lei la Russia avrebbe dovuto intervenire dopo gli attacchi azeri dei giorni scorsi?

La Russia è intervenuta dopo gli attacchi azeri dei giorni scorsi, quando era ormai troppo tardi. Mosca, dopo la guerra del 2020 ha fatto da mediatore per fermare la guerra e, attraverso i propri peacekeeper, avrebbe dovuto garantire la sicurezza della popolazione del Nagorno Karabakh, cosi come anche il transito di beni umanitari e persone lungo il corridoio di Lachin. La Forza di Pace della Federazione Russa doveva agire prima della pulizia etnica, impedire sia l’assedio che l’aggressione, anzi che fermare l’aggressione dopo che la stessa aveva causato almeno 200 morti. 

L’Armenia e la Russia sono Paesi vicini con tanti legami storici, economici e culturali. Ed è molto ragionevole che la società armena si aspettava molto di più dalla Russia, sia come Paese amico e partner a livello bilaterale che come membro della CSTO – Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. C’è la delusione della società verso questo atteggiamento. 

Negli ultimi giorni circolano vari video con le immagini dei soldati azeri che distruggono le croci dei villaggi armeni in Nagorno-Karabakh, pensa che ci sia il rischio di una distruzione dei monumenti, delle chiese e del patrimonio culturale Cristiano?

Il secolare patrimonio cristiano e culturale armeno del Nagorno Karabakh e delle regioni circostanti è davvero in pericolo. Il motivo di preoccupazione è la politica adottata dall’Azerbaigian volta a eliminare ogni traccia che dimostrerebbe la presenza secolare del popolo armeno in quei territori. 

E purtroppo oggi sta accadendo ciò, che è già accaduto nel 2020, dopo la guerra di 44 giorni, e quello che è successo nel Nakhichevan nel 2005, quando 89 chiese armene medievali e più di 6.000 croci di pietra furono brutalmente distrutte. Infatti un intero cimitero medievale di migliaia di croci fiorite è stato raso al suolo. 

Anche dopo la guerra del 2020, il patrimonio culturale armeno in tutti i territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian è stato distrutto oppure falsamente classificato dal governo di Baku come appartenente agli albanesi caucasici. Adesso, se la leadership del Azerbaigian non verrà fermata, lo stesso destino aspetta i monasteri di Gandzasar, di Amaras, due fra i più significativi gioielli della nostra cultura religiosa e architettonica. In questo momento, quando la popolazione ha abbandonato le sue terre, sarà più semplice distruggere e pulire ogni traccia, ogni testimonianza della presenza degli armeni li. E in questo senso chiediamo la massima attenzione della comunità internazionale per proteggere il patrimonio culturale armeno del Nagorno Karabakh già seriamente compromesso.

Vista l’aggressività militare dell’Azerbaigian secondo lei c’è il rischio nei prossimi anni di un attacco al sud dell’Armenia per conquistare il territorio necessario a collegare l’Azerbaigian con i territori azeri del Naxcivan? 

Forse sono ancora ottimista sul fatto che, nonostante tutto quello che è successo, l’Azerbaigian non compia un’azione così folle, anche se secondo un copione purtroppo già visto in passato, l’Azerbaigian sta preparando una base di propaganda per l’attacco all’Armenia meridionale. Ma penso anche che l’Azerbaigian capisca bene che non può ignorare totalmente l’opinione della comunità internazionale, questo modo di fare politica non fa parte della cultura occidentale. Credo che l’Azerbaigian abbia ancora l’ambizione di collaborare con l’Europa, almeno per vendere il suo gas, e quindi dovrà tenere conto dell’opinione del mondo occidentale.    

Per quanto riguarda la propaganda da parte dell’Azerbaigian e della Turchia sul cosiddetto “corridoio”, è un’aspirazione di questi due Paesi per poter unire il mondo turco: un’ambizione che richiama il progetto genocidario dei Giovani turchi nel 1915. 

L’unico accordo che abbiamo con gli azeri – cioè l’unico documento che abbiamo firmato con gli azeri – riguardava lo sblocco di tutte le vie di comunicazione nella regione e l’Armenia ha sempre espresso la sua disponibilità a rispettarlo. Inoltre, quell’unico documento che l’Armenia ha firmato prevedeva il libero movimento attraverso il corridoio di Lachin, un obbligo che l’Azerbaigian non ha mai rispettato, invece ha bloccato il corridoio per nove mesi, assediando letteralmente la popolazione del Artsakh.   

Quale pensa che sarà il futuro degli armeni che hanno deciso di rimanere in Nagorno-Karabakh?

Perché in futuro? Questa preoccupazione riguarda anche al presente. Sa quante persone hanno rapito gli azeri mentre attraversavano il corridoio di Lachin per raggiungere l’Armenia? Coloro che rimangono nel Nagorno Karabakh si trovano già nelle carceri azere con false accuse. Abbiamo già ufficialmente condannato con fermezza gli arresti da parte dell’Azerbaigian dei leader del Nagorno Karabakh Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan, Davit Ishkhanyan, Ruben Vardanyan e molti altri.

Nonostante il dialogo con i rappresentanti del Nagorno Karabakh, le dichiarazioni degli alti funzionari dell’Azerbaigian sulla volontà di rispettare e proteggere i diritti degli armeni le forze dell’ordine dell’Azerbaigian, continuano gli arresti arbitrari.

Chiediamo ai partner internazionali di essere coerenti in tutti i loro messaggi e appelli rivolti all’Azerbaigian sulla protezione dei diritti e della sicurezza del popolo del Nagorno Karabakh e di affrontare la questione sia a livello bilaterale con l’Azerbaigian che su varie piattaforme internazionali. 

Quale è la vostra richiesta diplomatica all’Italia, all’Ue e alle nazioni unite per trovare una soluzione alla questione del Nagorno-Karabakh?

La richiesta ai Paesi partner e amici, ma soprattutto agli organismi internazionali è quella di rimanere fedeli ai principi su cui si sono basate inizialmente queste organizzazioni e di non rinnegare gli stessi per meri interessi transitori.

Stati e istituzioni internazionali devono adoperarsi per assicurare alla popolazione armena del Nagorno Karabakh – che eventualmente volesse reinsediarsi nella propria terra – quelle garanzie di sicurezza e rispetto dei diritti che sono alla base di qualunque consesso democratico.