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EUGENIA MARIA ROCCELLA MINISTRA PARI OPPORTUNITA' E FAMIGLIA

“Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.” Il famoso passo del romanzo 1984 di George Orwell oggi potrebbe essere riscritto nel seguente modo “Libertà è la libertà di dire che un uomo è un uomo e una donna è una donna. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente”.

Come è noto, l’affermazione di tale evidente verità biologica ha ormai assunto un significato scandaloso, poiché sempre più tende ad affermarsi almeno nella narrazione mainstream l’idea che ciascun individuo può liberamente determinare il proprio sesso a prescindere dal dato biologico.

Difatti, le cronache ci hanno raccontato recentemente di violente reazioni nei confronti di tutti coloro che avevano osato affermare pubblicamente tale assunto, anche quando si trattava di personaggi notori e che, fino ad allora, riscuotevano le simpatie del pubblico. Si pensi alla scrittrice J.K. Rowling per le sue reiterate posizioni a tutela delle donne per le quali ha subito velenose critiche e molti minacce o al musicista Carlos Santana che nell’apertura di un suo recente concerto ha dichiarato la seguente “frase choc” (così è stata definita da molti media): “Una donna è una donna e un uomo è un uomo” ed è stato costretto a scusarsi per le veementi critiche.

È questo il contesto nel quale con encomiabile coraggio politico il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha parlato lo scorso 4 ottobre in chiusura della conferenza del Partito Conservatore a Manchester, e fra le sue tante dichiarazioni rilasciate anche quelle sul dibattito gender che hanno creato non poca polemica sul web. “Un uomo è un uomo, una donna è una donna – ha spiegato Rishi Sunak – non dovremmo essere forzati a credere che le persone possano scegliere qualsiasi sesso vogliano essere”, per poi aggiungere “È semplicemente buon senso”.

Quasi contestualmente il ministro della Salute, Steve Barclay, ha esplicitato l’obiettivo di bandire i transessuali dai reparti ospedalieri femminili britannici nell’intento di “ripristinare il buon senso” nel Servizio sanitario nazionale (Nhs). Il cambiamento darà agli uomini e alle donne il diritto di essere curati in reparti condivisi solo da persone del loro stesso sesso biologico e di ricevere cure intime da persone dello stesso sesso. L’approccio dovrebbe “garantire che la dignità delle donne sia protetta e che la loro voce sia ascoltata”.

A noi pare particolarmente significativo il richiamo al buon senso perché ciò che oggi provoca indignato stupore, per lungo tempo è stato lapalissiano e nessun esponente istituzionale avrebbe avuto la necessità di dichiarare la necessaria corrispondenza tra sesso biologico e genere.

Da qualche tempo non sembra essere più così al punto che c’è chi non riesce più a fornire una definizione di donna e/o di uomo e chi ritiene sia reazionaria una definizione basata su incontrovertibili dati biologici. Prevale piuttosto l’elemento soggettivo della percezione del genere che può differire dal dato biologico: e dunque potremmo avere uomini che partoriscono e allattano e donne che hanno un pene.

Ciò può indurre ad una serie di riflessione. Una prima riflessione concerne il diffuso pregiudizio antiscientifico che anima le moderne società in virtù della dogmatizzazione della Scienza. E difatti il dubbio è bandito soprattutto nei casi in cui sarebbe lecito coltivarlo, come ad esempio, nel caso della comparsa di una improvvisa pandemia e delle conseguenti nuove strategie terapeutiche da adottare o dello studio di fenomeni complessi come quello del cambiamento climatico. Paradossalmente in nome della Scienza, o meglio delle posizioni assunte dagli organismi tecnici, nazionali o internazionali, preposti, sono perseguite le prese di posizione di tutti coloro che mettono in discussione i paradigmi dominanti anche quando questi sono ancora incerti.

Una seconda riflessione riguarda l’effetto regressivo che la c.d. ideologia gender ha sulla condizione femminile. Sono sempre più frequenti, e fortunatamente stanno iniziando a generare le prime reazioni di rigetto, i casi di competizioni (sportive, di bellezza ecc.) che vedono prevalere individui alla nascita di sesso maschile per l’evidente asimmetria di muscolatura e struttura ossea dei due generi. O anche i casi di accesso a misure legislative e sociali di maggiore favore per le donne (ad esempio, un’età pensionistica più bassa o una quota di genere) da parte di uomini che si dichiarano tali al fine di fruire delle più favorevoli condizioni riservate alle donne.

Una terza riflessione riguarda il rapporto tra elemento volontaristico e ordinamento giuridico, poiché sembra perlomeno bizzarro che la certificazione di un determinato dato fisico, come è il sesso, sia demandato al singolo soggetto e non sia invece svolto in funzione di ricognizione obiettiva da pubblici uffici. Ciascun individuo, ovviamente, è libero di avere qualsiasi orientamento sessuale e di percepirsi nel genere che preferisce, ma non può pretendere di essere riconosciuto di un genere diverso da quello che manifesta. Altrimenti se dovesse affermarsi, come talvolta sembra accadere, la prevalenza dell’elemento volontaristico su quello obiettivo perché questo dovrebbe valere solo per il genere? Un individuo potrebbe chiedere di essere ammesso ad un concorso pubblico che preveda un limite di età più basso del proprio perché si percepisce più giovane o chiedere un trattamento previdenziale perché si percepisce vecchio o uno assistenziale perché si percepisce invalido e così via all’infinito. E se sembrano folli bizzarrie, basti ricordare che appena pochi anni fa lo sarebbero sembrate quelle sull’identità di genere con misure legislative che consentono il cambio di sesso sulla base di mere autocertificazioni. È invece evidente, e per l’appunto di buon senso, che l’attestazione anagrafica del sesso, dell’età, dell’altezza e di qualsiasi dato biometrico concerna la registrazione di un dato obiettivo che nulla implica sull’universo valoriale dell’individuo e del suo orientamento politico, religioso, sessuale, comportamentale ecc..

Un’ultima riflessione sembra quella di tipo più politico. Non sorprende che sia stato un conservatore ad avere il coraggio di dichiarare questa verità lapalissiana, ma che oggi può comportare l’esclusione sociale. Il mondo progressista sembra infatti avere completamente smarrito la bussola. Da troppo tempo diserta sostanzialmente le tematiche sociali che un tempo fecero la sua fortuna politica (e difatti, quasi ovunque, le rilevazioni statistiche confermano la prevalenza delle forze conservatrici nelle periferie urbane e nelle classi popolari) e si è trasformato in una specie di partito radicale di massa, usando – anche impropriamente – la felice formula di Augusto Del Noce, nel quale verosimilmente molti si sentiranno a disagio e migreranno politicamente altrove, laddove non lo abbiano già fatto.

In tal senso mantenere ferma la rotta in difesa di una concezione reale, cioè ancorata nella storia, dell’essere umano e della sua imprescindibile corporeità e binarismo di genere è un dovere culturale e politico del mondo conservatore più illuminato, poiché è nota la fine di tutte le follie utopistiche.

Noi infatti sappiamo che tutto può cambiare e possono sorgere infinite tendenze e orientamenti sessuali ma l’essere umano rimarrà sempre distinto in due generi e, per l’appunto, in ogni tempo e in ogni luogo “un uomo sarà un uomo, una donna sarà una donna”.