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Quel che ne esce fuori è un messaggio di una forza dirompente, un manifesto politico di straordinaria importanza. Ed è tanto forte e strutturato il messaggio, proprio in ragione della serietà con cui sono prese le critiche di chi al merito, non da oggi ma da qualche decennio, si è messo in testa di fare la guerra.

Partendo da un’analisi diacronica, nel suo La rivoluzione del merito, Luca Ricolfi individua il momento storico in cui cambiano i paradigmi – nel 1962, con l’istituzione della scuola media unica – mettendo da parte la saggia intuizione dei padri costituenti che proprio nel merito avevano individuato, attraverso l’Art. 34 della Costituzione, il mezzo attraverso cui attuare l’unico vero ascensore sociale. Da allora in poi, la catastrofe: il dovere di impegnarsi sostituito con il “diritto al successo formativo”; la scelta di una “scuola facilitata”; le università finanziate in base alla capacità di sfornare quantità di laureati, anziché laureati di qualità.

Alla base di tutta la faccenda, come al solito, le buone intenzioni. L’idea di eliminare per sempre discriminazioni, stress, sofferenze, finisce però, nei fatti, per far proliferare disuguaglianze maggiori e sofferenze più profonde. A farne le spese è la classe dirigente che solo la scuola può formare. Anzi, come sosteneva Piero Calamandrei – ed è Ricolfi a ricordarlo – la scuola dovrebbe essere intesa come un “organo costituzionale”, alla stregua del Parlamento, imprescindibile in una democrazia se il problema centrale per questa è davvero – come dovrebbe essere – la formazione della classe dirigente.

Particolarmente interessanti sono i capitoli centrali. Qui troviamo il confronto tra le elaborazioni dei filosofi, tese a fabbricare le più radicali soluzioni per ingaggiare la guerra al merito (dalla teoria del sorteggio di Sandel alle preoccupazioni dei luck egalitarians di proteggere “gli individui dai rovesci della fortuna”) cui si oppongono le intuizioni dei grandi scrittori di distopie, che prima di tutti, già a partire dagli anni ’60, avevano visto l’incubo dietro il paradiso in terra che i primi pretendevano di disegnare.

Da un punto di vista politico emerge poi il paradosso per cui la sinistra, che in Italia con Gramsci, Togliatti e Marchesi aveva lungamente sostenuto come proprio la cultura alta fosse “lo strumento centrale per l’elevazione e l’emancipazione degli stati popolari” abbia finito, esasperando certi aspetti del pensiero di Don Milani, per intendere il merito come “il complice di ogni nefandezza”.

Mentre in ogni campo il senso comune riesce a cogliere l’eccellenza, scegliendo un ristorante per un bravo cuoco, o una mostra per la qualità dell’artista, e così un concerto, un’esecuzione sportiva e via dicendo, si vuol far credere all’opinione pubblica che i talenti naturali siano un’ingiustizia: qualcosa di cui non andare fieri. Eppure Ricolfi, che del sociologo ha la pazienza oltre che il piglio, smonta passo dopo passo l’equivoco partendo da un dato rilevante: il talento, quale dono che può cadere dove vuole, non c’entra nulla con l’estrazione sociale, ed è anzi l’unico mezzo per arrestare la vera iniquità di un sistema che altrimenti finirebbe per cooptare nei ruoli prestigiosi soltanto chi ha mezzi economici in grado di sostenere costi di studio, preparazione e quant’altro.

Non manca infine di rilevare le importanti differenze tra merito e meritocrazia. Mentre il primo si concretizza nel riconoscere semplicemente “che ogni posizione sia occupata da chi meglio è capace di occuparla”, la seconda rischia di generare un sistema iper-centralizzato e burocratico in cui imperano i test obiettivi e impersonali: “l’arbitrarietà e l’iniquità dei test universitari”, ad esempio, che lungi dal selezionare, finiscono per penalizzare la creatività e l’intelligenza, non sempre avvezze a quel tipo di risposte “preconfezionate”.

Se la complessità del ragionamento di Ricolfi può essere colta soltanto leggendo il libro, è sufficiente, in questa sede, trarre i due grandi insegnamenti che ne derivano. Primo: la lotta al merito rischia di creare una società più iniqua, piena di frustrazioni e risentimenti. Secondo: se la politica vuol davvero investire nella formazione della classe dirigente, placando le diseguaglianze più macroscopiche nella società, ha un solo modo per farlo: applicare l’Art. 34 della Costituzione, premiando chi dimostra con l’impegno di mettere a frutto il proprio talento.

È proprio questo il senso della “modesta proposta” vergata nelle ultime pagine. Destinare somme importanti per garantire ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” il diritto “di raggiungere i gradi più alti degli studi”. I padri costituenti, oltre che sbandierati retoricamente, potrebbero essere presi sul serio, almeno per questa volta.