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Il conflitto Israelo-Palestinese continua, ma sulla Striscia di Gaza tarda la risposta di Israele all’attacco di Hamas prevista per lo scorso venerdì. L’equipe militare dello Stato ebraico scarseggia nei rifornimenti, in attesa del nuovo “flusso costante di armi” Made in USA. 

Mentre il sistema militare di Tel Aviv sta ultimando i preparativi per non trovarsi colta di sorpresa dalle tensioni e dagli attacchi dei movimenti filoiraniani,  

l’Israel Defense Forces sta progettando un’operazione che possa piegare i militanti islamisti e neutralizzare Hamas. Il piano prevede di penetrare sul territorio caldo via terra-cielo-mare, assoggettando sciiti e truppe nemiche.

L’attesa prolungata della mossa di Israele rende possibile ai cittadini, pedine vittime del gioco della guerra, di organizzarsi per abbandonare il territorio o mettersi a riparo nelle safe zone

L’offensiva araba, invece, non regala tempi di recupero e attacca indiscriminatamente il territorio, colpendo civili innocenti.

L’ultimo bombardamento, con molte probabilità di matrice islamica, vede nel mirino un luogo utilizzato come riparo dai cittadini: l’ospedale di Gaza, provocando un numero ancora crescente di vittime, si stimano intorno alle 500, con centinaia di feriti che vertono in condizioni critiche.

Il premier Netanyahu, nella mancata attivazione del pulsante di fuoco sulla Striscia di Gaza,  dimostra di accogliere le dichiarazioni alla Cbs del presidente degli USA Joe Biden, che sconsiglia l’immediata occupazione di Gaza, che in questo modo potrebbe aver modificato, o slittato, i piani militari di Israele. 

Approfittando del clima “sospeso” della guerra, Netanyahu studia le mosse successive di Hezbollah, temendo che possa aprire il conflitto anche a Nord. 

Quest’ultimo, seccato dal meeting  diplomatico di mercoledì (18 ottobre) che ha visto la presenza di Biden in Medio Oriente dal premier israeliano, proclama in manifestazione del suo dissenso “un giorno di rabbia senza precedenti”.

Con l’intervento dei democratici americani, ormai di prassi nella cronistoria delle politiche estere intraprese dal partito, si aprono nuove possibilità a una Shuttle Diplomacy statunitense, che vede il segretario di Stato Antony Blinken come intermediario diplomatico tra i due paesi in guerra. 

Al tavolo di confronto sono emerse le posizioni di Biden sul conflitto, rivelandosi un alleato decisivo per la buona riuscita delle operazioni contro Hamas. 

«Chiunque pensi di attaccare Israele rinunci ora all’idea» e ancora « con il nostro sostegno oggi Israele è più forte che mai.» La posizione dell’Occidente sulla questione è chiara. In tal senso di marcia, tra le priorità espresse c’è anche il dovere di « garantire il ritorno degli ostaggi vivi dalle loro famiglie.» 

Alla riunione del Gabinetto di guerra di Israele, Biden pone l’accento sull’importanza di lavorare a una pace che possa rispettare la natura e la legittimità della convivenza pacifica dei due Stati “vicini”.

Biden assicura un’apertura  al dialogo con gli arabi, spendendo parole lucide nei confronti delle vittime palestinesi, affermando infine che «Hamas non rappresenta la totalità della Palestina e i suoi cittadini.»