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VLADIMIR PUTIN

Dal 24 febbraio 2022 le relazioni tra Israele e Russia, si sono raffreddate. Tuttavia lo Stato ebraico a differenza dei Paesi occidentali non ha imposto sanzioni e non ha fornito armi avanzate a Kiev. Nella prima fase dell’invasione russa in Ucraina, l’ex Primo Ministro Naftali Bennett e l’oligarca Roman Abramovič furono molto attivi come mediatori tra le due parti, per poi defilarsi a detta dell’ex premier “a causa dell’approccio troppo aggressivo” degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Nel frattempo la Russia rafforzava i suoi legami con Teheran, grazie alla fornitura dei droni iraniani Shahed 136 al Cremlino, ampiamenti utilizzati nel conflitto. L’Iran rappresenta quindi un avversario comune sia per Israele che per l’Ucraina, infatti il quotidiano Haaretz, lo scorso dicembre sosteneva che l’intelligence israeliana avrebbe aiutato la resistenza ucraina trasmettendo informazioni, suggerimenti e gli strumenti necessari per contrastare i droni degli Ayatollah.

Un supporto, però, giudicato insufficiente e ininfluente da parte di Zelensky e con molta probabilità motivato dalla forte relazione socioculturale tra Mosca e Gerusalemme; infatti il russo è la terza lingua più parlata in Israele dopo l’ebraico e l’arabo, in più circa il 15% della popolazione israeliana è russofona. La politica migratoria israeliana, che sostiene e favorisce l’Aliyah, ovvero il “ritorno degli ebrei nella terra dei padri”, ha svolto un ruolo fondamentale nell’accrescimento della presenza Russa nello Stato ebraico.

Tant’è che i primi flussi provenienti dalla Russia verso la Terra Santa, si registrarono a partire dal XIX secolo, con un forte incremento durante gli ultimi anni dell’Unione Sovietica; si stima infatti che il 40% degli Olim (ebrei che fanno ritorno in Israele) siano provenienti dai paesi dell’ex Blocco sovietico.

Un’altra ondata di immigrazione dalla Russia in Israele, si è verificata nel 2022. Come riporta Central Bureau of Statistics dello Stato ebraico, nel 2022 sono “ritornati” in patria oltre 73 mila ebrei, di cui 37,364 provenienti dalla Russia, 14,680 dall’Ucraina e circa 2000 dalla Bielorussia. Numeri importanti che evidenziano come Israele risulti una terra attrattiva agli occhi degli ebrei russi; molti dei quali sono stati recentemente accusati di vigliaccheria e poi ridicolizzati per essersi ritrovati in un altro conflitto, da alcune agenzie di stampa di Mosca.

Mentre le relazioni con Gerusalemme sembravano apparentemente congelate, la Russia -oltre a trattare apertamente con l’Iran – avviava e manteneva saldi i rapporti con Hamas; pochi mesi dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, una delegazione di esponenti di alto rango del gruppo terroristico dove è stata ricevuta a Mosca dal ministro degli Esteri, Sergei Lavrov e dal Presidente della Cecenia, Ramzan Kadyrov. Non una novità quella del dialogo con la Palestina da parte dei russi, consuetudine che risale almeno al 1967 quando l’Urss interruppe le relazioni diplomatiche con Israele e iniziò a guardare favorevolmente agli estremisti palestinesi.

Però, dal 2000 i rapporti tra Mosca e lo Stato ebraico sono nettamente migliorati; Putin oltre ad aver riconosciuto il contributo giudaico allo sviluppo della cultura e scienza russa è stato il primo leader del Cremlino a visitare Israele nel 2005 e a condannare le persecuzioni subite dagli ebrei prima con i Pogrom e poi in epoca sovietica. Inoltre, l’amicizia del Presidente russo con Netanyahu, ha permesso ai due paesi di sviluppare negli ultimi anni importanti attività commerciali con vantaggi reciproci; dallo scambio di materie prime alla vendita di chip elettronici, funzionali per le attività militari e di intelligence. In seguito all’attacco terroristico di Hamas ai danni di Israele, la Russia ha rapidamente reagito criticando la politica estera condotta dagli Stati Uniti negli ultimi anni.

Sul fronte interno, invece, l’opinione pubblica sembra piuttosto frammentata: dalla soluzione diplomatica, al supporto della causa palestinese, fino alle insinuazioni secondo cui le armi Occidentali destinante all’Ucraina sarebbero finite nella mani dei terroristi islamici. Ufficialmente, la Russia propone la “Soluzione dei due Stati”. Dopo qualche giorno dall’attacco infatti, Putin ha dichiarato che “Israele ha il diritto di difendersi”, sottolineando però la necessità di creare uno Stato palestinese davvero indipendente e con capitale Gerusalemme Est, aggiungendo che questa escalation, è una tragedia per entrambi i popoli. Un approccio quello del Cremlino, che sembra leggermente a supporto della causa palestinese, in chiave antioccidentale, senza però manifestare posizioni antisioniste. Nonostante le relazioni tra la Russia e il mondo islamico siano in continuo miglioramento, sostenere convintamente Hamas sarebbe un passo falso per Mosca; perché ciò significherebbe un ulteriore deterioramento della propria reputazione e un danneggiamento dei profondi legami con il popolo e lo Stato ebraico