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“La deformazione è in atto e la velocità non sembra diminuire. Ci dobbiamo aspettare che la sismicità continui”, il professore di sismologia dell’università Federico Secondo di Napoli spiega gli effetti e i rischi delle scosse sismiche verificatesi nella zone dei campi Flegrei.
Come si spiega l’avvenimento di così tante scosse di terremoto in così poco tempo? Cosa sta succedendo?
Da sempre, nella storia degli ultimi 50 anni ai Campi Flegrei, l’occorrenza dei terremoti è collegata al sollevamento del suolo, che è il fenomeno caratteristico dell’area, il cosiddetto bradisismo, cioè il movimento lento di sollevamento ed abbassamento della superficie terrestre nella parte centrale della caldera. Quindi la deformazione dello strato superficiale nella crosta che accompagna questo movimento, accumula tensioni negli strati geologici superficiali che possono superare il livello di resistenza alla frattura delle rocce e quindi causare terremoti. Il particolare incremento della sismicità di questo periodo si spiega con l’aumento della velocità con cui il sollevamento è in atto (negli ultimi anni circa un centimetro al mese fino a raggiungere il centimetro e mezzo soprattutto negli ultimi mesi). L’aumento di velocità del sollevamento produce un accumulo di tensione più importante e quindi i terremoti che stiamo osservando.


C’è il rischio di una fuoriuscita di magma?
Attualmente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha realizzato e gestisce una rete densa di sensori multi-parametrici che rilevano le variazioni dei parametri geofisici e geochimici associati ai processi vulcanici in corso nella caldera, come ad esempio, la deformazione del suolo, la sismicità, la temperatura in superficie ed in pozzo, la composizione dei gas che vengono rilevati alle fumarole in superficie, il possibile accumulo di masse magmatiche mediante studi di tipo gravimetrico ed altre tipi di misura. Dall’analisi quotidiana dei dati acquisiti da questo complesso sistema di osservazione del vulcano non emergono segnali che indichino la presenza di magma in prossimità della superficie o in fase di migrazione dal profondo. Negli studi svolti agli inizi degli anni 2000, grazie agli esperimenti coordinati dalla nostra Università e con la partecipazione dei maggiori istituti di ricerca nazionali e internazionali (tra cui l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) abbiamo identificato il principale serbatoio magmatico della caldera flegrea, a circa 8 km di profondità nel sottosuolo. In questi esperimenti e nelle successive indagini geofisiche svolte nell’area non si sono evidenziate tracce significative di magma in prossimità della superficie. Dalle caratteristiche dei segnali sismici e dai parametri del monitoraggio si esclude attualmente la presenza di magma a piccole profondità e quindi la possibilità di una eruzione imminente.


Quindi la troppa residenza delle zone vulcaniche è un problema?
Generalmente si parla di rischio vulcanico come il rischio associato alla possibilità che possa accadere un’eruzione. Il rischio quantifica l’impatto che questa può avere sulla popolazione e sugli edifici nell’area esposta. Nel caso dei Campi Flegrei, il rischio sismico e l’impatto che questi hanno attraverso le vibrazioni sismiche che essi producono sugli edifici, è da tenere in considerazione. Gli eventi che sono accaduti, anche di magnitudo moderata, come il 4.2 del 27 Settembre scorso, hanno evidenziato una buona risposta degli edifici, perché i danni riscontrati dopo le verifiche fatte nell’area, sono stati risultati lievi. Solo in un caso si è dovuto procedere allo sgombero di due appartamenti all’interno di un edificio e in un’area veramente prossima all’epicentro del terremoto. Quindi in generale, per eventi di questa portata la risposta dell’edificato nell’area sembra essere buona. Poiché è presumibile che con il sollevamento in atto altri terremoti possono verificarsi, è necessario intensificare l’attività di monitoraggio strutturale e, soprattutto nei casi di edifici più vulnerabili in caso di scosse più forti, valutare, laddove necessario, l’opportunità di interventi di consolidamento anti-sismico.


Il governo ha fatto un decreto stanziando 52 milioni. Bisognava farlo prima?

Credo sia un’iniziativa meritevole. Sulla tempistica, il nostro Paese da sempre si attiva durante o dopo le emergenze legate ai rischi naturali. Io non la condivido perché penso che la prevenzione , da attuare in tempo di pace, sia la migliore arma per poter mitigare l’impatto dei rischi naturali futuri. Ci devono essere ragioni di carattere economico e di priorità di intervento finanziario per cui nel nostro Paese si procede sempre ad avviare azioni a seguito delle emergenze e mai in modo preventivo.


In futuro si potranno manifestare altri fenomeni di questo tipo in così poco tempo?
Guardando ai recenti bollettini dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV , la deformazione, che è la causa primaria dei terremoti, è in atto e la sua velocità non sembra diminuire, quindi ci dobbiamo aspettare che la sismicità continui. Per quanto riguarda l’evenienza di un’eruzione, oggi non ci sono segnali di una risalita di magma dalla profondità, per cui oggi il problema principale sono i terremoti e il possibile impatto che essi possono avere sulla popolazione che vive nell’area.