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Le elezioni di domenica in Argentina hanno prodotto un risultato che, a prima vista, risulta più favorevole per il candidato peronista Sergio Massa rispetto a quanto vaticinato dai sondaggi. Difatti, con oltre il 36% dei suffragi, l’attuale ministro dell’economia si è piazzato in prima posizione rispetto al candidato libertario, Javier Milei, che ha ottenuto un appoggio elettorale di circa il 30%.

Tuttavia, se sommiamo al risultato di Milei quello chiaramente anti-peronista del partito di centrodestra tradizionale, Juntos por el Cambio, che ha ottenuto il 24%, e di Juan Schiaretti, al 7%, possiamo ben sperare in un esito favorevole al candidato libertario al ballottaggio che si terrà il 19 Novembre.

Inoltre, la buona performance elettorale di Sergio Massa avrà senza dubbio l’effetto di mobilitare il voto anti- peronista, effetto che si sarebbe in parte perso qualora Milei (che non è molto amato dall’elettorato conservatore tradizionale) avesse ottenuto un risultato scintillante al primo turno.

Insomma, la paura del perpetuarsi al potere di un esponente peronista e delle politiche interventiste che hanno portato l’Argentina a un’inflazione del 140% e a un tasso di povertà del 40% agiranno da potente spauracchio e motivazione a recarsi ai seggi il 15 Novembre. Pertanto, lo scenario più probabile è quello di una affermazione dell’economista libertario al secondo turno. Rivolgiamo, dunque, la nostra attenzione alla sua proposta politica.

La promessa più accattivante di Milei è quella di dollarizzare completamente l’economia, abbandonando il peso argentino – che quest’anno ha perso oltre la metà del suo valore rispetto al dollaro – nonché di chiudere la Banca Centrale. Se portato a termine con successo, tale cambiamento condurrebbe a un drastico calo dell’inflazione nel medio termine, sebbene implicherebbe di sacrificare la libertà di stabilire una politica monetaria indipendente e la capacità di lasciare che il tasso di cambio si svaluti per adeguarsi agli shock esterni.

Il passo iniziale verso la dollarizzazione sarebbe quello di svalutare il tasso di cambio ufficiale al tasso di mercato, che attualmente è di oltre 1200 pesos per dollaro. Ci sono, però, dubbi sulla fattibilità tecnica della dollarizzazione a causa della scarsità di dollari e della mancanza di accesso ai mercati finanziari internazionali.

Tuttavia, con un dollaro in caduta libera, la fattibilità tecnica della dollarizzazione guadagna terreno. Ciò detto, le sfide politiche alla dollarizzazione sarebbero anch’esse notevoli, dato che Milei non avrà una maggioranza parlamentare e visto che le tradizionali coalizioni di sinistra e di destra non sono in linea di principio favorevoli a questa politica. La sua migliore speranza risiederebbe nel convincere la coalizione di centro-destra, Juntos por el Cambio, a sostenere la dollarizzazione.

Milei promette inoltre di ridurre la spesa del 14% del PIL, attraverso tagli ai sussidi, ai trasferimenti federali alle regioni e ricorrendo a privatizzazioni massicce. Inoltre, Milei propone di ridurre le tasse e smantellare tutte le restrizioni alle esportazioni e al tasso di cambio, che hanno strangolato la capacità esportatrice del paese per lungo tempo.

Se attuate nella loro interezza, le proposte politiche di Milei causerebbero un certo dolore economico iniziale. L’inflazione probabilmente subirebbe un’impennata immediata (come nel caso dell’Ecuador) a causa di una ulteriore svalutazione del cambio e all’eliminazione dei sussidi. Tuttavia, nel lungo periodo lascerebbe spazio a una notevole stabilità economica, stimolando il dinamismo del settore privato.

Detto questo, sembra difficile le sue politiche possano essere attuate nella loro interezza a causa della più che probabile resistenza sociale contro vigorose misure di austerità e la necessità di raggiungere accordi in seno al Congresso con Juntos por el Cambio. Ciò, unito al potente movimento sindacale del Paese e all’attuale, disastrosa, situazione economica, limiterà probabilmente la capacità di Milei di attuare in toto il suo programma di governo.

Pertanto, il risultato più probabile sul fronte della politica interna è quello di un ruolo maggiore per il dollaro americano, la riduzione delle restrizioni alle imprese private e alcuni importanti tagli di spesa, dunque un deciso spostamento verso politiche pro-crescita e capaci di ridurre sostanzialmente l’opaca intermediazione delle burocrazie statali.

Da ultimo, la politica estera e le probabili conseguenze per la regione nel suo complesso. Sul fronte esterno, le relazioni con la Cina e il Brasile – i due principali mercati di esportazione dell’Argentina – si raffredderebbero sotto la guida di Milei, che ha minacciato di interrompere le relazioni diplomatiche (ma non quelle economiche) con entrambi i Paesi.

In quanto alle conseguenze politiche per l’America Latina, una vittoria di Milei rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione, capace di spostarne l’asse politico e di agire da nuovo benchmark per un continente da troppo tempo strangolato da politiche iper- stataliste e da narrative rivoluzionarie che sono servite a un potere onnivoro di perpetuarsi a tutto danno dei cittadini.