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Scott Fitzgerald traslò nel suo personaggio più iconico e protagonista dell’omonimo romanzo, Jay Gatsby, le suggestioni di un decennio di trasformazioni politiche, sociali ed economiche senza eguali.
Gli States dei ruggenti anni ‘20 erano un Paese uscito vittorioso dal primo conflitto mondiale e che viveva una fase di eccezionale dinamismo.
Il dopoguerra che aveva visto gli aspri dissidi ed i diktat di Versailles sembrava lasciare spazio ad un nuovo ordine mondiale basato sulla cultura dell’edonismo e del consumismo che seguiva di pari passo un netto progresso industriale.
Gli anni ‘20 negli States ed in Europa furono gli anni d’oro del Jazz e delle arti, delle opere di Proust e del già citato Fitzgerald, del surrealismo di Dalí nato dai più peculiari echi Dadaisti di Breton, della Bauaus e dell’espressionismo tedesco nella cupa e fragile Repubblica di Weimar, senza dimenticare i capolavori della “Generazione Perduta” parigina di Hemingway.
Ma le illusioni, ironia della sorte reali protagoniste proprio de “Il Grande Gastby”, lasciarono presto spazio al declino ed all’incertezza quando il 24 ottobre del 1929 passò alla storia come il “giovedì nero” di Wall Street.
La bolla speculativa americana, fino a quel momento caratterizzata da numerosi investimenti in azioni e negli immobili degli Stati costieri scoppiò, provocando il crollo delle azioni di milioni di investitori e risparmiatori.
Il mercato azionario visse una crisi senza eguali, gettando nello sconforto milioni di borsisti, radunatisi nel frattempo dinnanzi alla Statua di George Washington nel quartiere della grande finanza.
Il “giovedì nero” non tradí solamente la principale potenza economica e politica del mondo occidentale ma ebbe conseguenze devastanti per gli equilibri geopolitici nell’Europa postbellica.
Nella Germania in cui le ombre del nazismo cominciavano a serpeggiare silenziosamente il virtuoso piano per il pagamento delle riparazioni (piano Dawes) grazie al supporto e le iniezioni di liquidità degli USA venne sospeso, costringendo i tedeschi a vivere una crisi economica ed un’iperinflazione galoppante che favori la radicalizzazione del dibattito politico.
Quando a Losanna la moribonda Germania di Weimar ratificò l’impossibilità di far fronte ai debiti di guerra mancavano solo sei mesi all’ascesa di Hitler.
Mentre l’Europa piombò nel caos, gli States scelsero la via dell’isolazionismo.
Tra la Grande Depressione ed il controverso periodo del proibizionismo, il governo di Washington scelse di disinteressarsi degli affari europei.
Il giovedì nero di Wall Street cambiò gli equilibri geopolitici del primo dopoguerra, preparando il terreno alla crisi che avrebbe inghiottito l’Europa e favorito l’ascesa di violente forze anti-sistema, le stesse che un decennio più tardi avrebbero costretto proprio gli Stati Uniti al confronto bellico.
Dei “Roaring Twenties” rimangono i miraggi e le utopie, le manifestazioni di giubilo barocche ed a tratti grottesche, come in una fase di immobilismo spazio temporale sospesa in un’epoca mediana tra le violenze delle due guerre.
Il mondo libero cercava la pace e la spensieratezza ma trovò sulla sua strada crisi, disperazione ed infine tornò sui campi di battaglia.
Una dinamica che ricorda il futuro orgastico del Grande Gatsby, quello che vede gli uomini remare controcorrente e sospinti nel passato, schiacciati dal fatalismo e dalla finitezza della stessa natura umana