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Ormai da giorni sentiamo in tutti i notiziari l’evolversi della guerra israelo-palestinese, con le sue macabre nefandezze e i suoi risvolti che possono diventare sempre più imprevedibili con il passare del tempo. Ciò che però nessuno dice, e che vorrei provare a spiegare, sono le ragioni dell’ennesimo conflitto in Medio Oriente e perché non si sia ancora arrivati a una pace.

La crisi in Medio Oriente nasce in seguito alla Seconda Guerra Mondiale in quanto il popolo ebreo, vittima di una terribile diaspora in tutto il mondo, vorrebbe trovare un posto dove poter costruire il proprio stato ed evitare di ricadere nell’oppressione e nell’antisemitismo che agli inizi del ‘900 hanno caratterizzato il suolo europeo.

In seguito a delle riflessioni sia interne al gruppo sionista sia in seno ai nuovi organi internazionali venne scelto come punto di approdo la Palestina, in quanto luogo simbolo della cristianità, e per una vicinanza
a quasi tutti i gruppi sparsi nel vecchio continente.

In seguito ai primi spostamenti del popolo ebreo, si sviluppò un contro movimento di gruppi arabi palestinesi perchè minacciati dalla costituzione di uno stato ortodosso-cristiano. Costoro iniziarono a sportarsi nei confinanti stati arabi diventando a tutti gli effetti un popolo richiedente asilo.

Entrambi i popoli reclamano quel lembo di terra, gli uni per evidenziare il loro interesse all’autodeterminazione e all’autodifesa, gli altri per reclamare il diritto che avevano acquisito sin da quando l’impero turco si era impossessato dell’area. Questo è uno dei principali punti di contrasto che non si è mai riusciti a risolvere nei vari incontri di pace che si sono svolti nel corso degli anni, cioè il ritorno di tutti quegli esuli palestinesi che si sono spostati in seguito all’arrivo dei coloni ebrei.

Ed è, a tutti gli effetti, il punto più controverso di una futura pace, soprattutto dal punto di vista israeliano. Il ritorno degli esuli porterebbe uno squilibrio macroscopico a livello religioso, societario e di composizione parlamentare all’interno dello stato, ed è proprio ciò che non vuole Israele.

Un ulteriore terreno di scontro con il mondo arabo rimane senza dubbio il luogo simbolo delle principali religioni, Gerusalemme. Questa città nel corso dei secoli viene vista come icona delle più grandi religioni al mondo ed è uno dei terreni di maggior contrasto tra i due popoli. Gerusalemme è rivendicata da entrambe le parti in causa e rischia di rimanere a lungo un terreno scivoloso e spinoso da risolvere.

La città nei decenni venne divisa sostanzialmente in due per permettere a entrambe le società di poter usufruire dei propri luoghi simbolo. Ciò che però all’inizio doveva essere vista come non determinante per la questione dei due stati, è sfociata soprattutto negli ultimi anni in una serrata e talvolta sanguinosa conquista da parte di entrambi gli schieramenti.

Tali questioni sono i punti fondamenti su cui dovrebbe essere costruita una pace futura. E probabilmente la soluzione dei due stati sarebbe la soluzione più appropriata. Non a caso è stata sponsorizzata sin dalle varie risoluzioni Onu dal ’49 e dalla conferenza di pace svoltasi in Egitto in questi giorni.

Tale soluzione permetterebbe a Israele di mantenere la propria indipendenza e alla Palestina il ritorno degli esuli dagli stati confinanti e la costituzione di uno stato. Ma per fare ciò, forse, sarebbe necessario che Gerusalemme sia portata a essere una città interamente controllata dall’Onu e che diventi entità a sé.

Che diventi, quindi, un luogo simbolo per tutti ma che esuli dal controllo dei due stati così da permettere a chiunque di celebrare il luogo santo ed essere luogo di preghiera, e non di sanguinosi e aspri combattimenti.