Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

ELLY SCHLEIN POLITICO

Elly Schlein, la Segretaria del Partito Democratico, prende a braccetto Emily Clancy, vicesindaca piddina di Bologna, e insieme correggono Dante aggiungendo asterischi ed e (ə) capovolte al vocabolario italiano. 

È quello che sta accedendo in questi giorni a Bologna, dove l’amministrazione del Pd ignora i rischi sociali della gioventù bolognese che abitualmente incorre in situazioni di spaccio e baby gang, ma sembra piuttosto interessata (letteralmente) alle “chiacchiere”. 

Non è uno scherzo, la Clancy ha recentemente scandito un “vademecum” delle “parole che fanno la differenza, scrivere e comunicare per essere inclusivi”, tipica iniziativa in salsa piddina che strizza l’occhio alla fetta di elettorato (se esiste ancora) della Schlein. 

Ma siamo sicuri che queste nuove forme di comunicazione inclusiva non diventino un nuovo mezzo di restrizione della libertà di parola e di espressione? 

I democratici promettono di no, intanto però, sostituiscono i termini come “uomo” e “donna” con “persona” e torna in voga la discussissima lettera “schwa”, utile per mettere a proprio agio anche chi non si riconosce come “persona”. La decostruzione del gender è una lotta politica delle Sinistre che va avanti negli ultimi anni ed è completamente estranea alla nostra cultura, di conseguenza inapplicabile se non stravolgendone i dettami linguistici. 

L’ennesimo trend importato dai colleghi americani, e sta proprio qui l’errore. Quando l’uomo perde o rinuncia alla propria identità, alle proprie definizioni o alla propria cultura, diventa un numero, una macchina inserita in un sistema, interscambiabile, e perde automaticamente il proprio valore. 

La storia dei popoli insegna l’importanza dell’identità e della cultura, valori che oggi vengono continuamente messi in discussione e minacciati, nel tentativo perverso di eliminare le nostre radici, come fossero una “colpa” da espiantare. 

Questa rinuncia all’essere donna o essere uomo, non esonera nessuno dalla categorizzazione, ma inserisce tutti in un’unica macro-categoria, che invece di emancipare ed evitare la conflittualità, rischia di perdere di vista le reali necessità di nature sociali ed umane diversissime tra loro. 

Anche la comunità LGBQ (che ha allungato sempre di più il suo acronimo per non far rimanere male nessuno) diventa in realtà un progetto a controsenso di inclusione-emarginazione, che immagazzina le persone in una casta, e le considera solo ed esclusivamente in relazione alla loro sessualità o identità di genere. 

Con il politicamente corretto, oggi, stiamo subendo una crisi identitaria senza precedenti, a favore delle lobby che giovano sulla divisione sociale portando avanti la loro propaganda che taccia come “fascista” ed “omofobo” chiunque decida di non rinunciare alla sua libertà e di utilizzare la grammatica.