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COLAPESCE LORENZO URCIULLO E ANTONIO DI MARTINO DIMARTINO

Può bastare un click per farsi travolgere da un moto di irresistibile tristezza. Basta una canzone che pretende di spiegare chi (non) sei, e chi (non) sono quelli che la pensano come te, e lo sconforto ti invade. Non fai in tempo a cogliere la dolcezza delle note che subito arrivano le prime parole, e ti senti colpito nell’anima, senza capire perché tanto veleno debba uscire dalla penna di artisti che apprezzi da anni. Sono bravi, indubbiamente, Colapesce e Di Martino, e lo hanno dimostrato anche in questa occasione. Sanno fare il loro mestiere ma nel testo di Ragazzo di destra, secondo estratto del loro ultimo album, c’è ben più che “impegno” politico. C’è la volontà – spontanea o eterodiretta non è dato sapere – di annientare un mondo che non conoscono.

Ci si sente messi all’angolo, inchiodati a una sequela di luoghi comuni che macchiano la tua vita al punto di ridurla a niente più che una squallida lista di atrocità. Sei catalogato tra i malati di mente, delegittimato fin nel respiro e violato nel pensiero. Puoi avere i sentimenti più nobili del mondo, praticare il sorriso e la solidarietà con tutti, ma per loro – almeno in base al testo – resti l’incarnazione del male. Non c’è speranza di salvezza.

Poco importa se hai sempre cercato di aprirti, capire, dialogare con chi la pensava diversamente da te; se un «gelato» (o un caffè) ti è stato negato per le tue idee da uno che con te, per principio, si rifiutava di parlare. Poco importa – o forse no, importa eccome – se hai vissuto sulla tua pelle, tanto da avercela cucita addosso, la sofferenza di un’emarginazione subita, a scuola o fuori, proprio perché «di destra», con tutti i limiti e le sfumature di una categoria della quale storici e scienziati politici, più che cantanti, si sono occupati, riempiendo intere biblioteche.

Non possono bastare le parole con cui ha cercato di cavarsela Alessandro Di Martino a Propaganda Live, nel presentare il brano:”Ci piaceva l’idea di dire qualcosa a prescindere, creare una discussione”. Anzi, rivelano la banalità di una scelta fatta sapendo di colpire persone per difendere le quali nessuno nel mondo dello spettacolo si straccerà le vesti. E così nell’editoria, nei grandi quotidiani e nei programmi televisivi. A colpo sicuro, senza capire che la generalizzazione è troppo ampia, senza precedenti, nel pretendere di seppellire milioni di giovani sotto tre o quattro stereotipi.

Niente a che vedere con il Pier Paolo Pasolini di Saluto e augurio, che prendendo sul serio il ragazzo di destra di quel tempo, cerca di andargli incontro e di manifestargli – pur criticandolo in parte – i punti in comune: «Difendi i paletti di gelso, di ontano, / in nome degli Dei, greci o cinesi. / Muori d’amore per le vigne. / Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi». E ancora: «La confidenza col sole e con la pioggia / lo sai, è sapienza sacra. / Difendi, conserva, prega!». Niente di tutto questo nel testo che ci riguarda.

D’istinto vorresti rispondere ai due cantanti raccontando loro la storia di Sergio Ramelli. Un ragazzo di destra – uno dei tanti morti ammazzati negli anni ’70 – mingherlino e dai capelli lunghi, che a 18 anni, nel 1975, all’ITIS “Molinari” di Milano, per aver scritto un tema critico verso le Brigate Rosse si trovò a subire quanto di peggio si possa augurare a un essere umano.

Non bastò, ai ragazzi di sinistra che spadroneggiavano nell’Istituto, trascinarlo con violenza nei corridoi tra sputi e insulti. Non fu sufficiente, per lui, neppure cambiare scuola per continuare gli studi. Una «squadra» di ragazzi di sinistra lo aspettò sotto casa, e alla faccia del «gelato» e dei «fiori», gli fracassarono la testa a colpi di chiavi inglesi. Quando, dopo 47 giorni di agonia arrivò la notizia della sua morte, in consiglio comunale a Milano qualcuno ebbe la spietatezza di gioire. Era morto un “fascista”, bisognava festeggiare.

Eppure sarebbe sbagliato identificare tutti i ragazzi di sinistra con le chiavi inglesi, l’intolleranza, la disumanizzazione dell’avversario considerato nemico, la convinzione di una superiorità antropologica.

Resta il dolore nel pensare ai tuoi coetanei, ai giovanissimi che ascolteranno quel brano e non sapendo niente dei sogni, dell’eroismo, della poesia, del dono, del coraggio, della solidarietà, della nobiltà d’animo, della pietas – queste sì, parole cardine per i giovani di destra – si ricorderanno di te identificandoti con quelle immagini. Può essere un’arma terribile l’arte, e stavolta ne abbiamo avuto dimostrazione.

Poi il dispiacere passa, ti convinci che l’unico modo è continuare a camminare a testa alta, consapevole di tanti bei momenti di confronto, e riaffiorano ricordi. Vedi giovani scambiarsi libri di Pound e Neruda, Berto e Vittorini, altri discutere per ore di un film, pensi alle storie d’amore e di amicizia oltre i colori politici. Tanti – su ogni fronte – reclamano il superamento dell’odio. Solo il dialogo e il rispetto possono sconfiggere la «paura», denunciata e praticata al tempo stesso dalla canzone. Sarà mai possibile distinguere il bene dal male in ogni fazione, anziché le fazioni in Bene e Male?