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Sono passati quindici anni dall’affermazione di quello “Yes we can” che portò Barack Obama a conquistare la Casa Bianca e fare la storia. Il primo Presidente nero, l’outsider, l’uomo che osò sfidare il clan Clinton e strappare a Hillary una nomination data per certa alla vigilia. Obama è stato forse uno dei pochi politici più popolari degli ultimi decenni, una vera “  rock star “ e un formidabile oratore. La sua oratoria è stata l’arma indiscussa del suo successo ed è ancora alla base del suo mito. Eletto in uno dei momenti più difficili della storia americana – la crisi economica del 2008 – ha dato voce alle minoranze e ai giovani delusi e spaventati dal crollo di una società che si riteneva economicamente indistruttibile, e politicamente adagiata sull’idea che il “sogno americano” fosse ancora vivo e dirompente e non in fase crepuscolare. 

Da otto anni l’America combatteva la guerra al terrorismo, in Iraq e Afghanistan giovani americani vivevano il loro Vietnam contro un nemico subdolo e fanatico, e per la prima volta l’Impero americano si trovava a combattere un nemico diverso da tutti i precedenti, in quella “guerra di civiltà “ rifiutata dai democratici come concetto in generale, e dai liberal come fine stesso di una lotta che è ancora oggi in pieno svolgimento. 

Obama arrivò al cuore degli americani con un messaggio semplice, chiaro e egualitario, fece intendere a tutti che per l’America si apriva una nuova stagione di rinnovamento e di uguaglianza in una società che fonda tutto sulla conquista e produce inevitabili contraccolpi sociali. Non a caso la grande svolta programmatica dell’era obamiana fu la riforma sanitaria ( Obama care), e la promessa di chiudere la stagione delle guerra in giro per il mondo. Tema alquanto comune nelle campagne dei democratici, e primo punto sacrificato all’atto della reale gestione del potere politico. Ora se la forza di Obama è stata la sua grande capacità oratoria, la sua grande debolezza è stato il non tradurre il suo pensiero in azione concreta, il suo essere troppo  pop-star e poco politico. 

All’entusiasmo generale dei quella vittoria, resa ancora più straordinaria dall’intuizione dell’utilizzo dei social network e degli strumenti digitali, vero successo della sua campagna, non segui un vero e proprio entusiasmo politico, anzi sembrò quasi che tutta la spinta propositiva si fosse arrestata proprio nel momento esatto in cui Obama entrò alla Casa Bianca. 

Per rendere ancora più evidente questo scollamento tra la teoria e la praxis basti osservare lo scarso entusiasmo della campagna per la rielezione, dove sembrò quasi che l’appoggio ad Obama fosse dovuto al suo essere afroamericano e al non voler, da parte della minoranza nera, dare la soddisfazione che il primo Presidente nero fosse licenziato dopo solo quattro anni, e se a ciò si aggiunge la poco dirompente figura di Mitt Romney allora è facile spiegarsi la vittoria a novembre 2012. 

In politica estera gli anni di Obama sono costellati da disastri di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. La sua miopia, il suo facile entusiasmo verso le “primavere arabe” e la sua incomprensibile antipatia verso gli “amici” storici dell’America hanno determinato la somma di fattori diversi ma dal congiunto esito di indebolire non solo gli Stati Uniti ma l’equilibrio creato negli anni della lotta al terrorismo e della “coalizione”.  Gli unici risultati positivi furono innegabilmente il frutto di un lungo lavoro ereditato dall’amministrazione Bush e dalla lotta senza quartiere ad Al Qaida che gli apparati di intelligence sotto la guida di Dick Cheney e Donald Rumsfeld organizzarono negli otto anni di amministrazione repubblicana, come la cattura e l’uccisone di Osama Bin Laden. 

Obama si lanciò nel sostegno alle cosiddette “ primavere arabe”, guardò ai Fratelli Musulmani in Egitto, quasi fossero la versione islamica della Democrazia Cristiana, facendo orecchio da mercante alle richieste di cautela che provenivano dagli alleati europei, Italia in testa, più pratici di quei luoghi e dalle stesso agenzie americane, raffreddò i rapporti con Israele come non avveniva dai tempi di Eisenhower, e sostenne i ribelli in Siria, finendo per armare le milizie del Daesh e vedendo sorgere l’ISIS da sigla terroristica a realtà Statuale tra Iraq e Siria. Favorendo le mire Francesi in Libia e chiudendo le porte all’unico vero alleato e amico dell’America Silvio Berlusconi. Un teorema quello di Obama che finì per crollare sotto i colpi dell’Islamismo radicale che mostrò il suo volto rapidamente, sconfessando le stesse parole che Obama pronunciò all’università de  Il Cairo.

Gli anni della Presidenza Obama furono anche gli anni del riacutizzarsi della “guerra fredda” con la Russia, alla quale fu allentata la morsa solo per l’impegno in Siria contro l’ISIS per riaccendersi in una  spirale di sanzioni e controversie. Ma il vero capolavoro obamiano è la politica molle e accondiscendente verso l’Iran e il cammino del regime degli ayatollah verso il nucleare.  Facendo molta attenzione si noterà bene come tutto torna e sopratutto come tutte le scelte errate di quegli anni abbiano prodotto conseguenze scontate oggi dall’America, da noi europei e dall’Occidente nel suo insieme. 

In politica interna gli anni di Obama se sul piano economico furono consumati dal contrasto  agli effetti della depressione economica, furono anche gli anni della desertificazione industriale dell’industria americana, e segnarono una lesione profonda tra due Americhe, quella dell’East cost e quella del middle west e del west, quella che noi siamo soliti definire l’America profonda. 

Se l’ascesa di Obama si concretizzò attraverso l’utilizzo dell’ars oratoria e la spettacolarizzazione del candidato star, il suo tramonto fu celebrato da una serie Netflix che consegnò alla storia il ricordo romanzato dell’Amministrazione Obama, mentre l’America che solo otto anni prima si era lasciata conquistare dal giovane senatore dell’Illinois sceglieva quale suo campione la figura più antitetica a Obama, Donald Trump, il più accanito avversario e critico per tuti gli otto anni della presidenza dell’ex senatore dell’Illinois.

Nonostante l’elezione di Trump abbia rappresentato la più grande bocciatura dell’era Obama, l’ex Presidente ha mantenuto più di qualsiasi altro predecessore il ruolo di nume tutelare dei democratici,  da allora orfani di un leader e di una classe dirigente idonea a guidare l’America. Se la vittoria di Biden è stata in fondo anche una piccola rivincita di Obama, il suo palese fallimento è anche la prova che alle premesse teoriche  non seguono automaticamente i fatti. 

Ma anche per Barack Hussein Obama vale quanto detto da Alessandro Manzoni “ ai posteri l’ardua  sentenza”.