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Nella notte tra il 12 e il 13 novembre Indi Gregory è morta. Forse, oltre a indignarci, esprimere vicinanza ai suoi familiari e (per chi ha fede) pregare per loro, è il caso di chiederci cosa possiamo fare perché la sua morte non rimanga senza significato.

Quello che possiamo fare è smettere di affrontare questi delicati casi di coscienza su basi emozionali. La retorica progressista, infatti, ci ha abituati a prendere posizioni sui temi etici più delicati – quali l’aborto, l’utero in affitto, l’eutanasia – sulla base di immagini strappalacrime e attraverso l’esibizione di situazioni umane difficili e a volte tragiche. È molto più facile, infatti, guadagnare il consenso della maggioranza attraverso questi mezzi, che avanzando argomenti razionali. Per convincere ad approvare l’aborto, ad esempio, si è preferito quasi sempre presentare i casi delle ragazze vittime di stupro, in modo da utilizzare la solidarietà istintiva di ogni persona verso le vittime per convincere della necessità del diritto all’aborto. Si provi a chiedere, ai tanti cattolici italiani che nel 1981 votarono per il mantenimento della legge 194, perché lo fecero. La maggioranza di essi, probabilmente, risponderà: io fondamentalmente sono contrario all’aborto, ma ho votato a favore del mantenimento della legge pensando alle donne che non hanno altra scelta, vuoi per povertà, vuoi perché hanno subìto violenze. Mentre, al contrario, si eviterà in tutti i modi di mostrare loro immagini di un feto nel grembo materno (il sindaco di Roma Gualtieri, ad esempio, nel 2018 censurò i manifesti di Pro Vita & Famiglia che le esponevano), perché questo potrebbe spingere la sensibilità di molte persone a schierarsi contro l’aborto.

Lo stesso avviene con l’utero in affitto. Per toccare le coscienze e portarle ad accettare questa pratica, la retorica progressista racconta storie di coppie che si amano e sono più fedeli di tante famiglie «tradizionali», ma nonostante questo non hanno il diritto ad avere un figlio. In tal modo, si suscita nell’italiano medio questa reazione: in fondo, cosa fanno di male, cosa tolgono a me queste persone che si amano, se fanno nascere e crescono con amore un figlio generato da qualcun altro? In compenso, ci si guarda bene dal raccontare loro le storie, ben più dolorose, delle donne spinte a questa compravendita dalla loro indigenza; o dei bambini che, una volta adulti e messi a parte della verità, conoscono crisi di identità. Se si prova a sottolineare la reificazione e mercificazione della vita umana a cui conducono simili pratiche, infatti, si incorre facilmente nella censura (anche questo è successo, sempre a Roma sotto la giunta a trazione PD, quando questa, l’anno scorso, ha fatto sopprimere manifesti di Pro Vita & Famiglia che ritraevano un bambino con il prezzo a cui è venduto dalle aziende che praticano la GPA). Il motivo è lo stesso: l’istinto e le emozioni, alla vista di simili immagini, sarebbero sollecitati nella direzione opposta a quella auspicata dai progressisti.

In questi giorni si è ripetuto lo stesso meccanismo, ma con un ‘cortocircuito’ nel mondo progressista. In passato, infatti, la sensibilità degli italiani è stata abilmente orientata in favore dell’eutanasia, perché la sua causa è stata perorata soprattutto dando risonanza a situazioni umane difficili e tristi, come quelle di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, che non possono che suscitare compassione e comprensione in chiunque abbia un po’ di umanità. La maggioranza delle persone, tendenzialmente, fu allora dalla parte dell’Associazione Luca Coscioni, proprio per la solidarietà che persone così sofferenti suscitano in ciascuno di noi. Se l’Associazione avesse portato in giro per l’Italia la stessa battaglia difendendo, mettiamo, il diritto al suicidio assistito non di un tetraplegico senza speranze di guarigione, ma di un adolescente depresso, avrebbe sortito l’effetto esattamente opposto: i sentimenti e le emozioni, si sa, sono volubili e a geometria variabile.

Ed è per questo che oggi la retorica progressista si trova in difficoltà. Il caso di Indi Gregory la mette a nudo di fronte alle sue contraddizioni. Infatti, la persona comune – la stessa che in passato ha solidarizzato con Welby ed Eluana Englaro, magari la stessa che nel 1981 votò a favore della 194 e qualche anno fa si lasciava ancora intenerire dalle foto di Tiziano Ferro che abbraccia i bambini ottenuti tramite l’utero in affitto – si sente ora molto spaesata di fronte all’immagine di questa famiglia lacerata dal dolore; soprattutto all’idea che, nonostante un ospedale del calibro del Bambino Gesù di Roma fosse pronto ad offrire le sue cure a questa bambina, le autorità britanniche abbiano invece deciso di lasciarla morire. Con tanti casi di guarigioni inaspettate – sembra essere questo il pensiero dell’italiano medio in questi giorni – non si poteva lasciare a questa famiglia almeno la libertà di scegliere se provarci o no? Quella stessa libertà, cioè, che a parti inverse l’Associazione Luca Coscioni aveva richiesto per Piergiorgio Welby, Beppino Englaro, Dj Fabo e tanti altri, ma che ora il mondo progressista ha voluto risolutamente negare ai genitori di Indi Gregory?

Ecco, allora, cosa possiamo fare perché, proprio ora che l’opinione pubblica sembra essere con la famiglia di Indi, la sua morte non resti senza significato. Possiamo, anzi dobbiamo, cercare di smettere di valutare questioni così delicate su basi emotive e sentimentali. Bisogna prendere coscienza del fatto che, una volta ammesso il principio per cui i confini del diritto alla vita non sono determinati dalla natura – cioè da quando si è concepiti a quando si muore – ma possono essere diversamente stabiliti dalla legge, allora è inevitabile che essi diventino arbitrari e del tutto convenzionali. Per non urtare la sensibilità della maggioranza, ad esempio, in Italia oggi è stabilito che si può sopprimere il feto solo fino al terzo mese dopo il concepimento. Ma cosa dovrebbe impedire, in futuro, di estendere questa possibilità fino al sesto, settimo, ottavo o nono mese? Sotto il profilo biologico non c’è nessuna differenza: si tratta solo di convenzioni che ogni Stato fissa in modo arbitrario e, quindi, riformabile. Ugualmente: se ammetto l’aborto per una ragazza vittima di violenza, a che titolo potrei negarlo ad un’altra che lo fa con leggerezza e solo per egoismo? 

Ora, se si ammette il principio per cui si può decidere di porre fine a una vita umana (o di smettere di curarla) anche prima della sua morte naturale, a quel punto quando, come e da parte di chi si può compiere questo gesto, diventano solo elementi convenzionali, che si potranno stabilire e variare di volta in volta. Si comincia sempre col dire: vale solo per coloro che soffrono di malattie fortemente invalidanti e che ne fanno scientemente richiesta, in quanto continuare a vivere lederebbe il loro diritto a vivere con dignità. Ma se non è degna ogni vita, a prescindere dalle condizioni di salute e per il fatto stesso di essere una vita, allora non ci può essere più alcun criterio veramente oggettivo e irreformabile per accordare questo diritto ad alcuni e non ad altri. È del tutto logico – sebbene urti la sensibilità pure di molti di quelli tendenzialmente favorevoli all’eutanasia – che quel diritto sia esteso anche a chi ha gravi problemi di tipo psicologico, oppure ad un anziano che non sopporta più la vita. Se la dignità della vita perde il suo valore oggettivo, radicato nel diritto naturale, sarebbe a quel punto discriminante rifiutare questo diritto a chi, soggettivamente e per motivi comunque non sindacabili da parte di altri, percepisce la propria vita come non più degna di essere vissuta.

E se la persona non ha modo di esprimere la sua volontà? Decideranno i familiari? Bene, ma allora perché mai una persona, stanca di dover occuparsi dei suoi genitori anziani e non più capaci di intendere e di volere, non dovrebbe avere il diritto di sopprimerli? Ovviamente, ciò ripugna (almeno ci auguriamo) al buon senso di tutti; ma, a rigor di logica, se questa diventasse la posizione della maggioranza delle persone o del governo legittimamente eletto, sarebbe una conclusione difficilmente contestabile, una volta ammesso il diritto per lo Stato di stabilire quando una vita smette di essere dignitosa. Infine: se è lo Stato che fa le leggi e stabilisce i diritti di ciascuno, compreso quello di sopprimere la vita propria o altrui, cosa succede se la percezione della dignità di una vita da parte dello Stato e da parte dei singoli vanno a confliggere? Se cioè, ad esempio, i diretti interessati trovano ancora degna di essere vissuta un’esistenza che invece lo Stato non giudica tale? Succede esattamente, e drammaticamente, quello che hanno vissuto in questi giorni i genitori di Indi Gregory. Può piacere o non piacere, si può essere favorevoli o contrari all’eutanasia, ma almeno si abbia l’onestà intellettuale di ammettere che, se la si considera un diritto fondamentale della persona umana, allora dovrebbe valere per tutti e non comportare discriminazioni. 

C’è purtroppo un filo rosso che lega tutti i casi di eutanasia, dai primi che furono sfruttati per guadagnare le masse a questa causa fino a quello della piccola Indi: ed è il fatto che, se si ammette anche una volta sola che esistono vite «non degne» di essere vissute e che lo Stato ha il diritto di stabilire quali sono, questa asticella sarà sempre suscettibile di essere spostata più in là. Ieri hanno conquistato il nostro favore attraverso le emozioni che suscitavano i casi di persone affette da gravissime malattie; oggi sfruttano la conquista di ieri per sopprimere una bambina innocente che la famiglia e un prestigioso ospedale italiano volevano tentare di curare ancora. Domani potrebbero sfruttare la conquista di oggi per stabilire che si possono sopprimere anziani improduttivi e affetti da demenza senile, bambini con malformazioni, etc. Se si reagisce d’istinto e sulla base di emozioni, tutti diranno: assolutamente no, tutto questo sarebbe mostruoso. Ma sul piano logico non c’è un solo motivo per considerare, ad un tempo, legittimo ciò che hanno fatto le autorità britanniche con Indi Gregory e illegittimi questi ipotetici scenari futuri. Attenzione, quindi, a basare il nostro rifiuto sulla sensibilità e le emozioni: proprio queste, infatti, hanno permesso alla retorica progressista di far avallare alla maggioranza ciò che, in germe, conteneva già gli sviluppi attuali e, purtroppo, forse anche quelli futuri. Ora che non c’è più, insomma, il miglior regalo che possiamo fare a Indi è quello di smettere di decidere sulla base dell’istinto e delle emozioni – anche se la struggente foto della mamma che la tiene in braccio mentre la piccola è moribonda o quella del suo battesimo nella clinica ne suscitano, e come, di emozioni – e cominciare a usare la testa, approfittando proprio del cortocircuito mediatico che il caso di Indi ha creato nel mondo progressista. Glielo dobbiamo: solo così la sua morte non resterà senza significato.