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Il 13 luglio del 2016 David Cameron rassegnava le dimissioni dalla carica di Primo Ministro del Regno Unito, a seguito dell’esito del referendum della Brexit.

Con una premiership caratterizza da due mandati, uno in tandem con i liberali di Nick Clegg ed un monocolore conservatore, il Primo Ministro londinese ha affrontato numerose sfide politiche: dai postumi della crisi economica alla sciagurata operazione militare in Libia, dalla lotta al terrorismo islamista in Iraq e Medio Oriente alle fratture nel partito Tory che portarono alla volontà di ricorrere ad una consultazione elettorale referendaria per la permanenza del Regno Unito in Europa.

Proprio Cameron nel 2009 fu il promotore della scissione in seno al Partito Popolare che portò alla nascita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, animato dall’embrionale cooperazione tra il Conservative Party del Regno Unito e l’attuale partito di governo della Repubblica Ceca di Petr Fiala, l’ODS.

Una svolta eurorealista destinata alla creazione di uno spazio mediano tra euroscetticismo dogmatico e popolarismo europeo piegato ai diktat di Bruxelles, oggi incarnato dal pragmatismo di Giorgia Meloni, capo politico dell’ECR Party.

Sembrava una strada chiusa quella della politica per David Cameron ma la crisi che ha investito il Partito Conservatore – dopo la caduta di Boris Johnson ed il repentino declino di Liz Truss – ha spinto Rishi Sunak ad optare per l’inaspettata nomina dell’ex Primo Ministro a Segretario di Stato per gli affari esteri, del Commonwealth e dello sviluppo.

Un ritorno che prova a scuotere gli ambienti conservatori, clamorosamente in ritardo nei sondaggi rispetto ai Laburisti e da ormai due anni in profonda crisi d’identità.

Il ritorno di Cameron, oltre a rappresentare quasi un unicum nella storia politica britannica poiché raramente i ministri di un governo di Sua Maestà vengono nominati tra i non eletti in Parlamento, è uno spartiacque decisivo nel primo mandato Sunak.

L’ex Primo Ministro è una figura di alto profilo e non è improbabile che, in caso di un’eventuale batosta elettorale alla prossima prova delle urne, possa scalzare lo stesso Sunak alla guida del Partito Conservatore.

Cameron è stato leader dal 2006 al 2015, distinguendosi come il più liberale tra i conservatori in termini di politiche economiche e salvaguardia delle minoranze e delle comunità LGBT del Regno Unito.

Fu tra i primi a denunciare i fallimenti delle politiche comunitarie europee e quelli del modello di assimilazione dei migranti senza distinzioni culturali (il cosiddetto “multiculturalismo di stato”), foriero di aprire varchi al radicalismo ed al terrorismo: a posteriori, una delle voci più lucide e veritiere sul tema.

Accusato di eccessivo elitismo (e non potrebbe essere altrimenti visto che l’ex Primo Ministro si è formato nel controverso ed esclusivo Bullingdon Club di Oxford) e di essere stato il responsabile indiretto della Brexit, Cameron aveva più volte ribadito che la decisione di lasciare la politica fosse definitiva.

Con le ombre di una possibile rivoluzione laburista al governo i Tory tornano ad alzare gli scudi. Potrebbe non bastare, ma la nomina di Cameron è uno sguardo al futuro che attinge inaspettatamente al passato.