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CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DEL 78ESIMO ANNIVERSARIO DELLA DEPORTAZIONE DEI CITTADINI ROMANI, POLITICI ED EBREI. MURO DEL DEPORTATO, CIMITERO MONUMENTALE DEL VERANO

Ogni volta in cui si verifica un episodio oppure un fenomeno che sembra alterare le dinamiche sociali e
gli equilibri geopolitici, emergono nuove e vecchie teorie del complotto. Dal 2020, con il diffondersi del virus covid-19, si è sviluppato ulteriormente l’antisemitismo, insieme a pregiudizi, ipotesi e considerazioni secondo cui l’élite ebraica avrebbe ottenuto un non ben chiaro profitto attraverso la pandemia.

La teoria del complotto giudaico e la giudeofobia, hanno origini millenarie. Dai primi sentimenti antiebraici risalenti al III a.C. ad Alessandra d’Egitto, passando dall’antigiudaismo di matrice religiosa, fino ad arrivare ai Protocolli dei Savi di Sion, nel corso della storia il popolo ebraico è stato più volte accusato di essere responsabile di diverse sciagure, spesso con risvolti drammatici come nel caso dei pogrom in epoca medievale, moderna e contemporanea e la Shoah.

Nonostante il politicamente corretto e le tante altre censure del mondo progressista, l’odio, le insinuazioni e le discriminazioni nei confronti degli ebrei continuano a essere largamente contestualizzate o addirittura giustificate. Ultimamente certi giornalisti o talvolta semplici utenti del web, per celare l’origine ebraica di una persona utilizzano il termine “ashkenazita”. Se nel giornalismo può sembrare un dettaglio, generalmente nei contenuti pubblicati online la parola “ashkenazita” assume connotati dispregiativi e funzionali alla propaganda antisemita. In questi post e commenti dove viene evidenziata l’appartenenza di un singolo al gruppo degli ebrei ashkenaziti, si possono infatti trovare i soliti stereotipi, dalla raffigurazione del naso adunco, ai riferimenti all’avidità e presunta doppia morale che contraddistingue gli israeliti nell’immaginario antiebraico.

Secondo questa retorica gli ebrei ashkenaziti, sono alla guida del complotto “giudaico-massonico” e avrebbero come obiettivo il dominio del mondo; favoriti dal controllo dei mass media e dalle lobby ebraiche, riuscirebbero quindi gradualmente a impossessarsi del potere attraverso l’opinione pubblica e il benestare dei governi e sarebbero persino disposti a rinunciare alla loro identità e fede ebraica. Di fatti l’appartenenza degli ashkenaziti al popolo ebraico è messa in discussione dalle persone che sostengono queste teorie; rifacendosi al libro “La tredicesima tribù. Storia dei cazari, dal Medioevo all’Olocausto ebraico”, scritto da Arthur Koestler nel 1976, suggeriscono che gli ebrei ashkenaziti siano in realtà discendenti dei Khazari.

Effettivamente tra l’800 e il 900 d.C. molti ebrei semiti, dopo aver attraversato il Caucaso, entrarono in
contatto con i Khazari e per motivi di stabilità politica, i sovrani della Khazaria, imposero ai loro sudditi la
conversione alla religione ebraica, seppur non seguita in massa; una volta crollato il Khanato, nel 1016,
gli ebrei convertiti si sarebbero poi dispersi in tutta Europa. Tradizionalmente invece gli ashkenaziti rappresentano le comunità ebraiche stanziatesi nel Medioevo in Renania e che successivamente si diffusero in Europa centro-orientale.
Ashkenaz era il nome che in ebraico medievale indicava la regione franco-tedesca lungo la valle del Reno
e nel IX secolo l’immigrazione in Europa centrale di numerosi ebrei provenienti dall’Italia settentrionale
e dalla Francia, contribuì notevolmente alla formazione della cultura ashkenazita.
La lingua della cultura ebraica ashkenazita è lo yiddish, una lingua germanica scritta con l’alfabeto
ebraico e che a seconda della zona, subì determinate influenze; nello yiddish orientale per esempio sono
presenti molte parole slave, mentre nello yiddish occidentale, ormai in disuso, è nettamente più
marcata la presenza e la pronuncia di vocaboli di origine germanica.
La tradizione ashkenazita si sviluppò in particolar modo negli “shtetl”, i villaggi ebraici presenti a partire
dal XIII secolo in Europa centrale e dell’est. Le condizioni di vita, spesso povere e difficili, facilitarono in alcuni casi l’elaborazione di un sistema di cooperazione utile per provvedere ai bisogni della popolazione, richiamandosi ai principi della “tzedakah” ovvero la carità ebraica.

L’istruzione stessa aveva un ruolo fondamentale all’interno dei villaggi e quotidianamente i rabbini
insegnavano lo studio dei testi religiosi e filosofici ai più giovani. L’artigianato e il commercio erano i settori che negli shtetl offrivano maggiori opportunità lavorative ma con l’industrializzazione si verificò a partire dalla metà del XIX secolo un incremento dell’emigrazione degli ebrei residenti nei villaggi del Vecchio Continente verso le città.

Pur avendo subito un significativo calo demografico, gli shtetl sopravvissero in Polonia almeno fino alla
seconda guerra mondiale. I conseguenti eccidi di massa sul Fronte orientale, sancirono la scomparsa di vita ebraica nell’area che un tempo registrava la massima concentrazione di ebrei. Prima dell’Olocausto, gli ashkenaziti rappresentavano il 92% degli ebrei; attualmente pur essendo il gruppo intra-ebraico maggioritario, costituiscono il 70-75%.

Oggi gli ebrei ashkenaziti vivono prevalentemente negli Stati Uniti, dove emigrarono dall’Europa a partire dal XIX secolo; dettaglio che rafforza ulteriormente l’ipotesi del complotto, in quanto l’ebreo in questione può essere comodamente dipinto come ricco, avaro e appartenente all’establishment. La teoria di Koestler, tuttora dibattuta da storici e antropologi, non ha trovato conferme definitive. In più l’obiettivo del saggista ungherese era quello di dimostrare che molti ebrei europei fossero discendenti dei Khazari eliminando così la componente razziale dell’antisemitismo che considera i giudei una popolazione inferiore.

Il saggio è stato però sfruttato da complottisti e antisemiti, soprattutto nel mondo arabo, per considerare abusiva la maggior parte della popolazione israeliana, siccome costituirebbe la prova che gli “ebrei bianchi” non hanno mai avuto radici nell’antica Giudea. Nell’attesa che l’antropologia e la storia possano definire le origini degli ebrei ashkenaziti, ci auguriamo che l’antisionismo finisca di essere un pretesto per giustificare l’odio nei confronti degli ebrei e degli israeliani, siccome la matrice e le basi ideologiche di queste due avversioni, sono molte volte le stesse.