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Il 25 novembre del 1970, negli ultimi frenetici attimi della sua esistenza, Yukio Mishima fece in tempo a consegnare al suo editore gli ultimi capitoli della tetralogia “Il Mare della Fertilità”, per poi radunare in direzione Ministero dell’autodifesa quattro dei più fedeli accoliti del Tate no kai, “Associazione degli scudi” che ripudiava l’americanizzazione del Giappone. Lì, dopo aver occupato l’ufficio del generale Mashita parlò ad oltre mille membri sbigottititi del reggimento di fanteria.

Il suo ultimo discorso, fra lo stupore ed in parte lo scherno generale, fu l’esaltazione finale delle virtù nipponiche, dell’Imperialismo e del tradizionalismo. Fu la denuncia delle contraddizioni in cui stava piombando l’antico Impero del Sol Levante, della profanazione della storia e di quel finto pacifismo che aveva fatto sprofondare nel “sonno” il Giappone del dopoguerra. Quel materialismo che aveva soppiantato la spiritualità di un popolo poteva essere riscattato solo attraverso il più grande dei sacrifici.

Terminata l’invettiva, Mishima si ritirò nell’ufficio del generale Mashita ed inneggiando per l’ultima volta all’Imperatore praticò il seppuku, antico suicidio rituale dei samurai che contempla sventramento e decapitazione. Il discepolo Morita sbaglierà per ben tre volte a vibrare il colpo di grazia. Mishima verrà finito da Hiroyasu Koga e Morita lo seguirà nel suo viaggio nell’oltretomba tra i miti ancestrali che vegliano sul Giappone.

Yukio Mishima voleva scuotere la coscienza di un popolo che voltava pagina decenni dopo il dramma della guerra sulle ali di un dinamismo economico senza eguali, riproiettato tra i grandi del mondo e baluardo atlantista nel Pacifico. Ma per lo stesso Mishima, autore tradizionalista e “conservatore decadente” per citare Alberto Moravia, il Giappone aveva sacrificato la sua anima virtuosa, smarrendo un retaggio culturale secolare e inimitabile. Per l’autore dei “Cinque No moderni” il Paese, seppur piegato nel tradizionale orgoglio, aveva indossato con acquiescenza una maschera incompatibile con la sua storia.

Ancora oggi il suicidio rituale di Mishima divide lettori, politici e perfino i giapponesi stessi. Nel Paese del Sol Levante la guerra è ancora un drammatico tabù, e quel gesto, apparentemente non sortì l’effetto sperato. Nel Giappone contemporaneo, l’ultimo samurai nipponico rimane un autore di spessore morale e culturale imprescindibile per comprendere una terra che Kipling definiva “ambigua e lontana”, animata da un profondo e spesso imperscrutabile mare di emozioni. Mishima, nella vita e nella morte, non aveva mai seguito la corrente.

Da piccolo aveva incontrato l’Imperatore Hirohito rimanendo estasiato dalla sacralità del profilo del Tenno. Da adulto, non mancò di criticarne il ruolo nella storia con “Il Sangue degli spiriti eroici”, un breve racconto in cui l’autore, durante una seduta spiritica, permette ai responsabili del tentato colpo di stato del febbraio del 1936 di esprimersi in merito ad uno degli spartiacque della storia nipponica. Uno snodo che avrebbe spinto il Giappone sempre più verso le potenze dell’Asse ed il militarismo.

Ma Mishima fu acuto osservatore anche delle trasformazioni del dopoguerra ed i moti del ’68, quando l’anno dopo le prime occupazioni studentesche sfidò dialetticamente da solo i collettivi della sinistra giapponese, guadagnandosi il rispetto di una vasta platea di avversari. Il mito di Mishima non sarebbe finito nel 1970, ma avrebbe ispirato una produzione letteraria e filosofica che vede ancora oggi nel tradizionalismo uno scudo contro la massificazione del presente.

Anche il filosofo e autore Dominque Venner si tolse la vita nella Cattedrale di Notre- Dame nel maggio 2013. In tanti videro nell’estremo gesto degli echi Mishimiani di critica al presente ma del resto la via del guerriero, recita il Bushido, coincide sempre con la fiera accettazione della morte.