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Esistono ancora destra e sinistra? Ogni tanto questa domanda riemerge, con risposte variegate, ma difficilmente negative. C’è sempre qualcosa attorno al quale l’opinione pubblica, la politica in particolare, si divide, si schiera. In lunghi tratti della storia – soprattutto italiana – era il rapporto con la Chiesa a discriminare tra destra e sinistra, ma non solo. La concezione della proprietà privata, lo status pubblico o privato di chi eroga servizi alla persona, la libertà di impresa. Nell’ultimo periodo vorrebbero farci credere
addirittura che sia il salario minimo la discriminante fra destra e sinistra, ma è evidente che non è così.

Il rapporto con la tecnica, col progresso tecnologico, sarà la discriminante tra i principali schieramenti politici (che siano destra, sinistra, sopra o sotto). Eh sì perché oramai con la tecnica si può fare davvero tanto: si può cambiare sesso, si possono avere figli e si può addirittura tenere in vita persone o “dolcemente” porvi fine. Sulla base di cosa procedere in un senso o nell’altro?

Il nuovo grande potenziale della tecnica svela la concezione della persona umana, della sua dignità e del suo destino. Il crescente numero di casi (mediatici) sul cosiddetto “fine vita” – che paura abbiamo anche solo di pronunciare la parola morte! – sta mettendo prepotentemente in luce due estremi di concezione della persona. Da un lato, l’autodeterminazione: sono io che ho il diritto di decidere se, come e quando porre fine alla mia esistenza. Dall’altro c’è sempre il rischio di un certo moralismo: è un dovere accettare
a qualsiasi costo la propria condizione fisica perché la vita è sacra e guai a chi la tocca. Il primo usa tutta la tecnologia possibile immaginabile per soddisfare le proprie istanze; il secondo rifiuta la tecnologia per non venir meno ai propri principi. Il primo porta all’eutanasia; il secondo a una sofferenza ingiustificata.

C’è una terza via, in cui si trovano d’accordo la Chiesa e tanti professionisti: non è l’uomo che si è dato la vita e non può essere l’uomo a decidere quando interromperla. Allo stesso tempo è giusto usare tutta la tecnologia di cui si può disporre per alleviare sofferenze tali da impedire alla persona di stare davanti, il più lucidamente possibile, alla condizione più misteriosa che ha da sempre accompagnato l’uomo, la morte appunto.

La Chiesa, è risaputo, è da sempre contraria all’eutanasia e contemporaneamente all’accanimento terapeutico, che consiste nel “ritardare artificialmente la morte, senza che il paziente riceva in taluni casi un reale beneficio”. Ma concretamente, cosa si può fare per un malato terminale?

La risposta dei professionisti a queste sfide è quella nata a Londra nel 1967 da Cicely Saunders, con la nascita del St Christopher’s Hospice, la prima struttura socio-sanitaria residenziale pensata per l’assistenza a questo tipo di pazienti. Pare strano a dirlo ma è come se a un certo punto la classe medica si fosse dimenticata che non tutto è guaribile e allora accade che davanti a un malato terminale si continuino a somministrare terapie invadenti e inefficaci per il semplice fatto di non sapere cosa dire al paziente, portandoli al punto di morte del tutto inconsapevoli (e sofferenti), e spesso tale inconsapevolezza riguarda anche parenti e amici.

Nasce allora l’esigenza della dottoressa Saunders, innanzitutto, di mettere davanti alla realtà il proprio paziente, che in fondo, come tutti noi, vuole sapere la verità, e poi di prendersi cura della sua condizione per quello che è ma cercando di renderla il più affrontabile possibile, con una presa in carico globale, non solo a livello fisico (con la somministrazione di terapie che riducano significativamente il dolore e controllino i sintomi della malattia, non potendo più fermarla), ma anche psicologico (si tratta di elaborare ed accettare una prognosi infausta; spesso e volentieri si va dallo psicologo per molto meno), spirituale (non vi è altra circostanza come la morte, che metta a nudo il nostro rapporto con l’aldilà) e sociale (permettendo al paziente di scegliere dove e insieme a chi affrontare questa dura tappa, riallacciando rapporti o approfondendoli). Più sinteticamente e forse più adeguatamente, potremmo dire una presa a cuore della persona. Si tratta delle ancora culturalmente troppo trascurate cure palliative, che usano tutto il progresso tecnologico possibile affinché la vita sia affrontabile, non un prodotto usa e getta e neanche un martirio non richiesto.

È l’uomo che dà il significato, lo scopo, alla tecnica, al progresso tecnologico. Viceversa, l’uomo ne diventa in fondo schiavo, propagando una cultura della morte che fa spavento. Da questo punto di vista le iniziative politiche non mancano. Si pensi solo alle cinque proposte di legge sul suicidio assistito depositate nelle Regioni Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Veneto. È giusto contrapporsi in modo efficace a questa concezione tecnocratica e individualistica con la convenienza di un’esperienza testimoniata e argomentata che dà un significato alla tecnica invece di subirlo.

Piergiacomo Sibiano – Vice Presidente Associazione Lab-Ora