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SCIOPERO GENERALE SINDACATI CGIL UIL MANIFESTAZIONE A PIAZZA DEL POPOLO

Con questi numeri il governo può stare tranquillo ma la crisi dei sindacati non è un buon segnale…

Più che di massa, uno sciopero elitario. Vago nelle richieste, disertato dagli stessi lavoratori. Con buona pace di Sorel che identificava nello sciopero generale “proletario”, soprattutto nei trasporti, la leva per paralizzare lo Stato “borghese”. Si aggiunga l’atteggiamento costantemente ostile dei vertici di CGIL UIL a rimorchio – a una manovra certamente cauta ma non priva di contenuti e risorse.

Sono lontani i tempi in cui la CGIL riempiva il Circo Massimo contro “l’offensiva del governo e della Confindustria”: era il 23 marzo 2002, Cofferati ebbe la forza di chiamare a raccolta 3 milioni di persone e anche la coerenza di condannare i terroristi che, appena quattro giorni prima, avevano ucciso Marco Biagi, un riformista. 

Gli attuali leader sindacali sono imperdonabili: hanno avuto tutto il tempo per capire. Bastava prevedere l’impatto del passaggio a un modello post-industriale, in cui la produzione non necessita più di enormi masse di operai e quadri, con tutte le prevedibili ricadute su occupazione e welfare. Il digitale e la cibernetica, strumenti raffinatissimi che nascono nelle intersezioni tra capitale e Stato e industria della difesa, tutt’altro che i triti e ritriti garage californiani della narrazione mainstream, hanno mandato in soffitta lo stakanovista Lulù, lo straordinario Volonté ne La classe operaia va in paradiso. E con lui quel Novecento. Certo, non ci sono più gli slums di Manchester, con le loro sciagure umane, e nemmeno le aggregazioni da cui il sindacato attingeva. Sicuramente, con le dovute eccezioni, una CISL dialogante e l’UGL, che esiste nonostante se ne parli volutamente poco perché “di destra”, un sindacato generalmente in queste condizioni non è un bene né per i lavoratori né per le imprese. Forse nemmeno per il governoche non ha intaccato il diritto allo sciopero con la precettazione. Non è più di massa ma si è auto-rinchiuso in una ridotta dellaValtellina confinata a pochi settori, per lo più pubblici, certamente garantiti; non fa da tramite tra lavoratori e imprenditoria sul modello tedesco. Questo non è colpa di Meloni che, nel poco tempo a disposizione, ha ricostruito uno spazio italiano nel Mediterraneo perduto ma non può certo invertire tendenze decennali di deindustrializzazione, complice la crisi energeticafrutto dell’interruzione della continuità euro-russo ed euro-araba.Con quali mezzi si produce? Quanto lavoro si impiega? Quali costi e salari? Come tutto questo si concilia con uno scenario di crisi globale? Quali contromisure? Quale ruolo dello Stato? Queste sono le domande da cui ripartire. Per il bene del sindacato e soprattutto del lavoratore.