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Gli sforzi della comunità internazionale per contenere il riscaldamento globale non sono «allineati» con le indicazioni degli scienziati. A due settimane dall’inizio della ventottesima Conferenza Onu sul clima (Cop28), in programma a Dubai dal 30 novembre, il giudizio delle Nazioni Unite sugli obiettivi di tagli delle emissioni dei Paesi parte dell’accordo di Parigi è netto.

“I governi stanno facendo pochi passi”, ha affermato Simon Stiell, segretario esecutivo dell’Onu sui cambiamenti climatici. Ne occorrono, però, di “coraggiosi per rimettersi in careggiata”. Alla scadenza dello scorso 25 settembre, le Nazioni Unite hanno ricevuto i piani di decarbonizzazione aggiornati o Ndc di 168 Stati su 195 firmatari. Venti di loro li hanno presentati per la prima volta. Dall’analisi, pubblicata nei giorni scorsi, emerge che, se effettivamente realizzati, però, quegli impegni comporteranno un aumento dell’8,8 per cento della CO2 entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010. Meno, certo, dei 10,6% previsto in base ai precedenti Ndc.

L’ultimo studio degli esperti dell’Intergovernmental climate change (Ipcc) – pubblicato lo scorso marzo – però chiede una drastica diminuzione del 435 entro la fine del decennio rispetto alla quota del 2019 per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica del 1,5 gradi alla fine del secolo. L’unica in grado di evitare i peggiori impatti dell’aumento delle temperature quali le ondate di calore anomale, il moltiplicarsi dei fenomeni estremi di siccità. Il calo ottenuto in base ai piani dei vari Paesi non andrebbe oltre il 2%.

Di fronte a questa incongruenza, la Cop28 deve «segnare un chiaro punto di svolta. I governi non solo devono decidere di intraprendere azioni più incisive. Hanno il dovere di mostrare in modo chiaro come intendono implementarle», ha sottolineato Stiell. «Sono necessarie maggiori ambizione e urgenza», gli ha fatto eco Sultan al-Jaber, presidente designato del vertice di Dubai, i cui negoziati partiranno proprio dal Ndc.

La discussione si profila accessa. Come gli scienziati ripetono all’unisono, decarbonizzare implica l’uscita dai combustibili fossili, i quali producono ancora l’80% dell’energia mondiale. La gran parte dei piani presentati si impegna a sostenere le tecnologie rinnovabili per accelerare la transizione ecologica. Solo il 4 per cento – ovvero sette Paesi, di cui non è stato diffuso il nome – tuttavia fa riferimento esplicito all’eliminazione dei sussidi pubblici per gas e petrolio. Al contrario, il rapporto della settimana scorsa del Programma Onu per l’ambiente (Pnema) mette in luce come – su 151 Paesi esaminati – i piani dei governi avrebbero implicato un aumento della produzione di petrolio e di gas nei prossimi sette anni del 110 percento in più di quanto consigliabile per mantenere la temperatura entro gli 1,5 gradi. I governi, al contrario, secondo Pnema dovrebbero proseguire in direzione opposta e tagliarne il contributo del 75 per cento nel 2050 rispetto ai livelli del 2020. La questione si profila, dunque, centrale alla Cop28.

Due anni fa, a Glasgow, un fronte composito formato da Usa, Ue e paesi più vulnerabili del Sud del pianeta era riuscito, dopo una dura battaglia, a far menzionare esplicitamente le fonti fossili nel documento finale. Non era riuscito, però, a imporre la necessità della loro «eliminazione» ma almeno quella di una progressiva «riduzione». In questo senso, la Cop27 di Sharm el-Sheikh ha rappresentato un passo indietro a causa della feroce opposizione delle potenze petrolifere. Proprio una di queste è padrone di casa: gli Emirati Arabi sono il settimo produttore di petrolio e il quinto per riserve di gas. Lo stesso presidente del vertice al-Jaber è l’amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale. In questo contestò, invertire la rotta si profila alquanto arduo.

Sergio D’Introno