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Il 30 novembre di cinque anni fa moriva George H. W. Bush, 41° Presidente degli Stati Uniti dal 1989 al 1993, padre del 43° Presidente George W. Bush, ultimo presidente appartenente a quella “Greatest Generation” che superò la grande depressione, vinse la seconda guerra mondiale e rese l’America la più grande potenza negli anni della guerra fredda. Classe 1924, eroe della seconda guerra mondiale, sul fronte del Pacifico, decorato con la Distinguished Flying Cross, laureato a Yale, uomo di stato e di governo.

Il cursus honorum di Bush Sr, “Poppy” come lo chiamavano gli amici più cari, iniziò con l’elezione alla Camera dei Rappresentanti nel 1966, in seguito Nixon lo nominò ambasciatore alle Nazionale Unite, salvo poi richiamarlo a Washington per ricoprire la carica di Presidente del Partito Repubblicano, mentre durante l’amministrazione Ford fu prima ambasciatore in Cina e poi direttore della CIA fino all’elezione alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter. Nel 1980 partecipò alle primarie repubblicane, ma venne sconfitto da Ronald Reagan che lo scelse come suo vicepresidente. 

Il rapporto tra Bush e Reagan, nonostante l’iniziale rivalità, fu caratterizzato da una forte amicizia basata sulla reciproca lealtà. Bush riconobbe la leadership di Reagan sulla destra americana e ricoprì il ruolo di vicepresidente con sobrietà e dignità, mentre Reagan scelse il suo ex avversario per la sua lunga esperienza in politica estera e le profonde conoscenze all’interno dell’establishment americano. Quando Reagan morì nel 2004 Bush ebbe a dire “Ho imparato più da Ronald Reagan che da chiunque abbia incontrato in tutti i miei anni di vita pubblica.”

Nel 1988 venne indicato dal Partito Repubblicano come il successore di Reagan alla Casa Bianca, vinse le elezioni presidenziali dello stesso anno e divenne Presidente. La sua amministrazione fu particolarmente attenta alla politica estera e al difficile contesto internazionale: dopo la vittoria occidentale nella guerra fredda e la caduta del muro di Berlino affrontò con cautela e lungimiranza la transizione successiva allo scioglimento dell’URSS, intervenne militarmente a Panama per rovesciare il dittatore Manuel Noriega, e guidò una coalizione internazionale composta dalle forze NATO e da alcuni paesi arabi per liberare il Kuwait in seguito all’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. La crisi economica e l’aumento delle tasse, che lo costrinse a rimangiarsi una sua celebre promessa elettorale e ad ammaimare una storica bandiera dei conservatori americani, provocarono un crollo della sua popolarità che gli costò la riconferma alle elezioni del 1992 in favore del democratico Bill Clinton.

Anche nella sconfitta Bush diede dimostrazione di eleganza politica e del suo stile personale, lasciando sulla scrivania dello studio ovale una lettera indirizzata a Clinton. “Verranno momenti difficili, resi ancor più difficili dalle critiche che percepirai come sleali. Non sono bravo a dare consigli; ma non lasciare che queste critiche ti scoraggino o che ti spingano fuori strada. Quando leggerai questa mia nota tu sarai il nostro Presidente.” Con queste parole il capostipite della dinastia Bush si congedò e lasciò la Casa Bianca per dedicarsi ai suoi affetti personali, chiudendo definitivamente un’epoca difficile, controversa, complessa ma allo stesso tempo carica di significato.